martedì 7 settembre 2010

Facebook e stalking. Per la cassazione è punibile la persecuzione con messaggi sul noto social network


Facebook, probabilmente il più noto social network del momento, sotto la lente della magistratura penale.
Infatti, la Corte di Cassazione ha ritenuto punibile per stalking la persecuzione attuata anche con video e massaggi inviati sui social network, con la sentenza n. 32404 del 30 agosto 2010.
La sesta sezione penale della Suprema Corte con la statuizione in esame ha confermato la custodia cautelare pronunciata dal Tribunale di Sorveglianza di Potenza nei confronti di un uomo indagato per aver inviato una serie di filmati a luce rosse e fotografie alla ex e quindi per il reato di "atti persecutori" di cui all’art. 612-bis c.p., introdotto con il D.L. 23 febbraio 2009, n. 11 meglio noto con il termine anglosassone “stalking”. Secondo la sentenza l’uomo dopo aver avuto una relazione sentimentale con la donna aveva iniziato ad inviarle foto e video che li ritraevano durante i rapporti sessuali. Uno di questi era stato inviato anche al nuovo compagno di lei.
A seguito dell’indagine era finito in carcere ed in seguito il Tribunale della Libertà lo aveva sottoposto agli arresti domiciliari. La Cassazione a cui aveva proposto ricorso contro tale decisione lo dichiarava inammissibile precisando che la persecuzione attraverso l'invio di video e messaggi tramite facebook è idonea a configurare il reato di stalking.
Un’importante decisione ritiene Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” che indirettamente estende i profili del diritto alla privacy dei cittadini quale deterrente all’uso scorretto di taluni social network che impiegati impropriamente possono divenire delle armi improprie a servizio dei persecutori.

Carceri: Cassazione, trattamenti più umani nei confronti dei detenuti.


Secondo Giovanni D’Agata chiede che sia creata la figura istituzionale del garante per i diritti dei detenuti in ogni regione ove hanno sede istituti detentivi

Con la sentenza n. 30511/2010 la I sezione della Cassazione penale interviene su un tema doloroso e quantomai attuale: il problema dei trattamenti carcerari.
In particolare, con la decisione in epigrafe la Suprema Corte facendo proprio un principio di diritto oltrechè umanitario stabilisce che non sono ammessi trattamenti contrari al senso di umanità nei confronti dei detenuti persuadendo le corti di merito ed in particolare il Tribunale di sorveglianza a non infliggere pene che superano l'umana tollerabilità, soprattutto a coloro che si trovano "in condizioni di salute non perfette".
La statuizione fa presente come una sofferenza aggiuntiva sia inevitabile ogni qualvolta la pena debba essere eseguita nei confronti di soggetto in non perfette condizioni di salute. Ma tale sofferenza può assumere rilievo se si dimostra presumibilmente "di entità tale da superare i limiti della umana tollerabilità".
Sulla scia del principio enunciato la Corte ha accolto il ricorso di un detenuto che doveva scontare una pena di 5 anni di reclusione. L'uomo si era visto negare il differimento della pena che aveva chiesto in vista di un delicato intervento chirurgico per l'asportazione di un cancro al cervello. Il Tribunale di sorveglianza aveva negato ai domiciliari sostenendo che "il regime di detenzione non era incompatibile con la patologia" e che "il reato in espiazione impediva l'uscita dal carcere del detenuto". La questione è approdata in Cassazione la quale ha dato ragione al detenuto che aveva rivendicato il "diritto alla salute costituzionalmente garantito" chiedendo un trattamento detentivo "più umano".
Alla luce della sentenza in commento e della tragica questione dell’affollamento delle carceri, secondo Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” è giunto il momento di creare in ogni regione ove hanno sede gli istituti di detenzione la figura istituzionale del “Garante per i diritti dei detenuti” affinché siano costantemente tutelati i diritti umani delle persone soggette a pene detentive troppo spesso calpestati in conseguenza di istituti stracolmi ed inadeguati. Ciò anche al fine di tutelare le migliaia di agenti di polizia penitenziaria costretti a tour de force inimmaginabili in altri Paesi europei.
In ogni caso lo “Sportello dei Diritti” continuerà a ricevere le denunce e si adopererà per la difesa dei diritti umani dei detenuti in ogni sede.

lunedì 6 settembre 2010

Emergenza acrobazie da parkour di adolescenti con le scale e sui tetti. Presi di mira anche i tetti delle scuole.


Si chiama “Parkour” lo sport urbano estremo nato in Francia qualche anno or sono e ormai largamente diffuso in Italia, che consiste nel saltare da un edifico all’altro, superare ostacoli, rimbalzare sui tetti secondo un percorso prestabilito, nel tempo più rapido e nel modo più semplice possibile.
Il problema che la larga diffusione sulla rete e la presenza di migliaia di filmati amatoriali su internet che mostrano le acrobazie di esperti parkouristi ha fatto si che lo spirito emulativo prendesse piede soprattutto tra i giovani ed il fenomeno diventasse un vero e proprio cult per giovanissimi ed in particolare minori alla ricerca dell’ebbrezza del proibito e del pericoloso.
Infatti, se da una parte il saltare da una proprietà privata all’altra è un reato presente nel nostro codice penale e previsto dall’art. 614 come “violazione di domicilio”, è l’affrontare voli di decine di metri che lo rende particolarmente rischioso per la salute ed uno sport al limite.
Sono, infatti, numerosi ed in crescita da un pò di tempo a questa parte gli episodi di minorenni feriti anche gravemente per aver provato incoscientemente questi salti e acrobazie urbane.
Di recente a Lecce tre ragazzini, di cui due minori, sono stati sorpresi ed identificati dalla polizia di stato perché saltavano fra un tetto e l’altro del centro storico, ignorando la pericolosità del vuoto ed infischiandosene di passare su numerose proprietà private, mentre un altro di tredici anni lo scorso giugno è finito in prognosi riservata nei pressi di Bologna dopo aver fatto un volo di circa dieci metri dopo aver sfondato il lucernario di vetro di una scuola.
Secondo Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore di “Italia dei Valori” non resta che fare un appello ai genitori o ai soggetti che esercitano la potestà, così come alle Forze di Polizia, ad esercitare un maggiore controllo tanto più che di recente si è parlato di veri e propri raduni di parkour organizzati nel Nostro Paese.

sabato 4 settembre 2010

L'Inail restituisca il maltolto ai lavoratori. Nuovo atto di sindacato ispettivo di Felice Belisario capogruppo al Senato di IdV.

Giovanni D’Agata, di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti: restituiamo ai lavoratori assicurati con l’INAIL il maltolto.
Nuovo, importantissimo atto di sindacato ispettivo del capogruppo IDV al senato Felice Belisario

Apparentemente l’I.N.A.I.L. (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro e le Malattie Professionali) sembrerebbe che sia stato gestito bene fino ad oggi.
Ed infatti, il Bilancio consuntivo relativo al 2007 attestava quasi il triplicare delle entrate rispetto alle uscite ed anche l’andamento dei Bilanci consuntivi successivi ha confermato questa linea di tendenza.
I vertici dell’Istituto hanno esaltato gli andamenti contabili con comunicati pieni di enfasi non rendendosi forse conto che l’I.N.A.I.L. non è un’azienda commerciale ma un ente previdenziale che dovrebbe tendere al bilancio in pareggio e comunque a non tesaurizzare denaro a danno dei lavoratori assicurati.
Eppure, un’analisi approfondita della gestione dell’Ente sconfessa quanto propagandato dai vertici delle trascorse gestioni dell’importante Istituto previdenziale che purtroppo hanno condizionato negativamente l’assetto presente e dell’immediato futuro dell’ I.N.A.I.L.
Le interrogazioni parlamentari al Senato ed alla Camera e le vicende giudiziarie che hanno più volte coinvolto i vertici dell’Ente, infatti, confutano nel modo più assoluto che l’I.N.A.I.L. sia stata gestita in modo corretto.
Le interrogazioni parlamentari effettuate dal 2007 all’agosto 2010 riguardano la pessima gestione del patrimonio immobiliare e del sistema informatico dell’Ente per cui si sono verificati indagini su ben due Direttori generali (Mario Palma nel 1993 ed Alberigo Ricciotti nel 2001) e di altri Dirigenti generali dell’I.N.A.I.L., tra cui Alberto Cicinelli, diventato nel 2008 Direttore generale e su cui l’onorevole Antonio Di Pietro nel dicembre 2009 ha presentato un’interrogazione parlamentare (n. 4 – 05326 del 9.12.2009) in occasione della sua probabile nomina a consigliere di amministrazione dell’I.N.A.I.L., dopo il suo pensionamento, da parte del ministro Sacconi (con l’occasione l’on. A. Di Pietro ha rievocato tutti gli scandali di interesse immobiliare ed informatico che hanno coinvolto fin dal 1993 i vertici dell’Ente).
Su parecchie vicende di interesse immobiliare ed informatico sono state attivate oltre che indagini da parte della magistratura penale anche indagini della Corte dei Conti.
E così ricordiamo le interrogazioni parlamentari del senatore Tecce n. 4 – 01421 del 22.7.2007, dell’on. Ciro Alfano n. 4 – 06767 del 22.11.2007, dell’on. A.Musi n. 5 -01848 per gli scandali di gestione immobiliare da parte dei Dirigenti dell’I.N.A.I.L.
Le due interrogazioni parlamentari dell’on. Francesco Nucara (n. 4 – 05767 del 27.11.2007, senza alcuna risposta, e n. 4 -00407 con risposta del tutto inadeguata) riguardavano sia lo sperpero di denaro per il Sistema Informatico dell’I.N.A.I.L. sia il suo carente funzionamento ed il suo difetto strutturale.
In particolare gli atti parlamentari presentati dal capogruppo al senato dell’Italia dei Valori, Felice Belisario, riguardano la gestione della materia istituzionale dell’Istituto: l’indennizzo dei lavoratori assicurati infortunati e tecnopatici e la prevenzione delle malattie professionali e degli infortuni sul lavoro.
Nell’interrogazione n. 4 – 04933 del 25.9.2007 il senatore Felice Belisario sottolineava l’assoluta inefficienza ed inconsistenza del meccanismo indennitario del “danno biologico” (o danno alla salute), subito dagli assicurati in seguito ad infortuni sul lavoro ed a malattie professionali, con particolare riferimento alla inadeguatezza, restrittività e limitatezza delle Tabelle Valutative medico legali, di cui al D.M. 12.7.2000 ex D.vo n. 38/2000 che, introducendo all’I.N.A.I.L. il “danno biologico”, avrebbe dovuto migliorare il meccanismo di ristoro indennitario e non peggiorarlo come difatti è avvenuto.
Oltretutto (ma è uno dei tantiisimi difetti e non l’unico) secondo le predette Tabelle Valutative i danni che raggiungono il 16 % (soglia del diritto ad una rendita, in quanto per valori compresi tra il 6 ed il 15 % esiste solo la liquidazione in capitale una tantum) sono molto pochi e i Medici dell’I.N.A.I.L. nella realtà hanno quasi cessato di effettuare le “revisioni” delle rendite (per peggioramento o per miglioramento dei postumi) il cui numero, dall’epoca della emanazione delle predette Tabelle Valutative, si è abbattuto con caduta esponenziale.
Un interessante articolo di Giuseppe Cerfeda ed Ivano Marchello, comparso sulla rivista medico legale Tagete ( n. 2 del giugno 2007) organo dell’Associazione Medico Legale Melchiorre Gioia (che si dedica proprio allo studio del danno biologico), metteva in evidenza, quanto sostenuto anche dai Patronati e dalle Scuole Medico Legali: l’assoluta incongruenza ed inadeguatezza del sistema indennitario I.N.A.I.L. e delle relative Tabelle Valutative di cui al D.M. 12.7.2000.
Le ombre del sistema I.N.A.I.L. vengono riportate all’attenzione dell’attuale Governo con il recentissimo atto di sindacato ispettivo n. 4 – 03578 del 3 agosto 2010 rivolto ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, dell'economia e delle finanze e della salute con il quale il presidente Belisario è intervenuto in una altra vicenda che danneggia i lavoratori assicurati con l’I.N.A.I.L.: il sovvenzionamento da parte dell’Istituto negli ultimi dieci anni, ed in particolare della sua Direzione generale, di studi e ricerche sulla prevenzione (affidati ad istituti estranei all’I.N.A.I.L. e senza la partecipazione attiva dei Sanitari e dei Professionisti delle Consulenze Tecniche Accertamento Rischi Professionali dell’Ente) senza adeguate garanzie sui progetti di ricerca, senza esibizione di adeguati curricula professionali in tema prevenzione da parte dei fruitori delle sovvenzioni, senza previsione di riscontro delle ricerche e degli studi effettuati da parte dell’I.N.A.I.L. in qualità di sovvenzionatore.
In più il senatore Belisario ha sottolineato, che contrariamente a quanto sollecitato dalla Commissione Lavoro presieduta dal senatore Smuraglia nel 2000 circa la sottostima delle malattie professionali ed i tumori professionali, l’I.N.A.I.L. non ha compiuto negli ultimi dieci anni, nonostante ne avesse le strutture ad hoc e le possibilità economiche, studi epidemiologici al riguardo sia per pervenire ad un equo indennizzo dei lavoratori sia per ampliare le conoscenze in ambito di prevenzione delle malattie professionali, dei tumori professionali e delle morti bianche.
Prendendo quindi in considerazione sia la dissennata politica della gestione immobiliare dell’I.N.A.I.L. e del sistema informatico dell’Ente che è carente sul piano strutturale e funzionerebbe male (per cui sono scattate come si scriveva prima indagini della magistratura penale e della Corte dei conti), sia quindi l’utilizzo delle risorse economiche anche per distribuire “a pioggia” denaro per studi e ricerche non meglio identificati condotti da istituzioni estranee all’I.N.A.I.L. e senza partecipazione (e quindi anche controllo) dei suoi professionisti sanitari e tecnici, appare veramente provocatoria la proclamazione da parte dei vertici dell’Istituto, come per il passato, di avere quasi triplicato il bilancio economico in attivo, a fronte di un inefficiente, inefficace meccanismo di ristoro dei danni alla salute subiti dai lavoratori tecnopatici ed infortunati.
Le interrogazioni parlamentari presentate da parlamentari di diverso orientamento e dal senatore Felice Belisario dell’Italia dei Valori sono accomunate dallo scopo di fare in modo che il patrimonio economico dell’I.N.A.I.L. sia utilizzato per la funzione di procurare vantaggi ai lavoratori assicurati e non a “ foraggiare” altri.
Insomma, secondo Giovanni D’Agata di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” è ora che i Ministri interrogati rispondano e che si restituisca ai lavoratori assicurati con I.N.A.I.L. il maltolto!

Estradizione e tutela dei diritti umani in Italia: i rapporti delle organizzazioni umanitarie non governative sulla tortura bloccano l’estradizione.


Il componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del consumatore” di Italia dei Valori Giovanni D’AGATA, ritiene opportuno riportare l’attenzione sulla sentenza n° 32685 di ieri della Cassazione sulll’utilizzo dei rapporti delle ong umanitarie per decidere se accogliere o meno la domanda di estradizione del cittadino straniero.
Via libera della cassazione all’utilizzo dei rapporti delle ong umanitarie per decidere sull’estradizione.
E’ quanto ha stabilito la Suprema Corte, respingendo il ricorso del pm di Roma contro la sentenza con cui la Corte d’appello della capitale aveva negato l’estradizione di un cittadino turco..
I rapporti delle organizzazioni umanitarie non governative come Amnesty International possono infatti essere utilizzati dal giudice italiano per decidere se accogliere o meno la domanda di estradizione del cittadino straniero.
La Corte d’assise di Istanbul aveva emesso nei suoi confronti un mandato d’arresto per reati legati al terrorismo. L’uomo era un membro attivo del PKK, partito autonomista curdo accusato di aver compiuto numerosi attentati e considerato dalle autorità turche alla stregua di un’organizzazione terroristica. I giudici capitolini avevano respinto la richiesta, ravvisando il concreto pericolo che l’imputato potesse subire tortura e atti persecutori una volta rientrato nel suo paese. La decisione si basava anche su una serie di rapporti e documenti prodotti da Amnesty International negli ultimi anni, che denunciavano, in modo affidabile, l’uso “di tortura e altri maltrattamenti e di eccessivo impiego della forza da parte delle forze dell'ordine”. Non solo. Risultava che l’uomo in passato era stato vittima di tortura da parte dei funzionari turchi. I giudici della sesta sezione penale hanno confermato la sentenza d’appello e, sui rapporti delle ong, hanno richiamato una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2008 che ne ribadiva l’utilizzabilità. Si tratta insomma di una ragione “per ritenere che l'imputato verrà sottoposto ad atti persecutori o discriminatori per motivi di razza, di religione, di sesso, di nazionalità, di lingua, di opinioni politiche o di condizioni personali o sociali ovvero a pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti o comunque atti a configurare violazione di uno dei diritti fondamentali della persona”.

venerdì 3 settembre 2010

Secondo la Cassazione il tasso alcolemico sotto 1,5 non fa scattare la confisca obbligatoria neppure in caso di incidente


Guida in stato di ebbrezza: secondo la Cassazione il tasso alcolemico sotto 1,5 non fa scattare la confisca obbligatoria neppure in caso di incidente

Il componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del consumatore” di Italia dei Valori Giovanni D’AGATA, ritiene opportuno segnalare la sentenza n. 32021 del 18 agosto scorso della Corte di cassazione penale che, respingendo il ricorso della Procura di Pordenone, ha sancito la non obbligatorietà della confisca della macchina dell’automobilista che, pur guidando in stato di ebbrezza alcolica e pur avendo provocato un incidente, non abbia superato il limite di 1,5 di tasso alcolemico.
In queste circostanze, hanno spiegato i giudici della quarta sezione penale di Piazza Cavour, scatta invece il fermo amministrativo che, secondo il Collegio, è una misura sufficiente.
Inutile il ricorso presentato dalla Pubblica accusa che chiedeva la linea dura contro i pirati della strada.
Insomma dal Palazzaccio è arrivata un’interpretazione restrittiva dell’articolo 186 del codice della strada (il tasso alcolemico previsto dall’articolo modificato dall’ultima riforma è rimasto invariato). In particolare gli Ermellini hanno precisato che “ciò che emerge immediatamente dalla lettura di tale disposizione è che le pene di cui al comma 2, quindi, quelle relative sia alla lettera a) che b) e c), quando il guidatore in stato di ebbrezza provoca un incidente, sono raddoppiate ed è sempre disposto il fermo amministrativo dell'autovettura”. Dunque, “da un punto di vista sanzionatorio il legislatore ha diversificato le situazioni tra chi conduce tout-court l'automobile in stato di ebbrezza con quella di chi in tale stato provoca un incidente, quest'ultima ritenuta, ovviamente più grave, in quanto più pericolosa socialmente. L'avere poi, il legislatore inserito l'eccezione "fatto salvo quanto previsto dalla lett. c), non può avere altro significato di quello che, qualora il tasso alcolemico del guidatore che ha provocato l'incidente superi il valore di 1,5, solo in tal caso va obbligatoriamente disposta la confisca dell'autovettura”.

mercoledì 1 settembre 2010

Cassazione: pugno di ferro contro chi raggira gli anziani


Anche la Corte di Cassazione coglie l’allarme sociale del grave fenomeno delle rapine ad anziani ed adotta la linea rigorosa contro chi raggira ed usa violenza contro gli anziani.
Con la sentenza n. 3247/2010 i giudizi di Piazza Cavour della seconda sezione penale, infatti, hanno stabilito che è legittima la custodia cautelare relativamente al caso riguardante tre persone indagate per concorso in una rapina impropria ai danni di una anziana donna.
Nella circostanza, i tre sottoposti ad indagine avrebbero rapinato in casa l'anziana signora e l'avrebbero strattonata con forza per un braccio per potersi dare alla fuga.
Il gip di Roma aveva convalidato la custodia in carcere dei tre rapinatori che ricorrevano in Cassazione dove tra i motivi di ricorso e per cercare di alleggerire la loro posizione rilevavano anche l'assenza di precedenti penali.
La Suprema Corte che ha respinto i ricorsi ha sottolineato che atti di questo genere non meritano nessuno sconto di pena dato che costituiscono un "grave allarme sociale".
Ma non basta, secondo la Corte, "indipendentemente dalla presenza di precedenti a carico dei ricorrenti", è stato correttamente e legittimamente riscontrato "il pericolo di recidiva desumibile dalla gravità e dalle modalità del fatto che fanno pensare ad una preventiva organizzazione del piano (furto in abitazione ai danni di persona anziana e vulnerabile) con ripartizione dei ruoli".
Giovanni D’AGATA, componente del Dipartimento Tematico Nazionale“Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori, ritiene che la decisione costituisca un precedente importante anche in termini di dissuasione verso questo deprecabile fenomeno che risulta in continua espansione come dimostrano le statistiche annuali in tema di criminalità.