giovedì 4 ottobre 2012
Pari opportunità: i divari salariali tra donne e uomini in Italia e in Europa restano marcati
Pari opportunità: i divari salariali tra donne e uomini in Italia e in Europa restano marcati. Occorre intervenire con una più compiuta legislazione europea
Non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa le donne continuano a guadagnare molto meno dei loro colleghi uomini. Non esiste settore, né paese, in cui ci sia un’effettiva parità almeno stando ai dati diffusi nei vari stati UE.
Basti verificare quanto è risultato da un interessante studio pubblicato in data odierna dell’Ufficio federale di statistica tedesco sui livelli salariali del 2010, a seguito del quale è stato appurato in maniera oggettiva che il divario della retribuzione tra donne e uomini è diminuito negli ultimi anni a malapena e che costituisce un problema europeo sul quale Giovanni D’Agata fondatore dello “Sportello dei Diritti” lancia l’ennesimo allarme per un intervento dell’UE urgente e improcrastinabile.
Nella progredita (anche in termini di diritti per i lavoratori) terra teutonica, la retribuzioni orarie lorde medie delle donne risultano essere del 22 per cento inferiori a quella dei loro colleghi a fronte di una differenza del 23 % nel 2006. Un misero 1% in quasi cinque anni.
Ma le principali differenze riguardano i livelli dirigenziali. Le donne manager guadagnano il 30 % dei loro colleghi uomini: la loro retribuzione lorda media è 27,64 €, il contrasto dei capi maschi a 39,50 Euro. Simile per dimensioni, le differenze tra i tecnici (30 per cento), nelle professioni (28 per cento), ed artigiani (25 per cento). Solo tra gli impiegati può essere verificata una certa uguaglianza anche se il divario si attesta sul 4%.
Anche l’età è un fattore che acuisce progressivamente le divergenze tra sessi. Mentre la differenza per coloro che hanno meno di 24 anni si stabilizza a “solo” il 2 %, nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni di età all’ 11%, tra i 35 e i 44 anni al 24 %, raggiunge i massimi livelli nella fascia antecedente all’età pensionabile tra i 55 - e 64 anni con il 28 % con evidenti riverberi anche sui valori delle pensioni.
Un ultimo fattore discriminante riguarda il livello di istruzione che acuisce le differenze tra i generi. Per le basse qualifiche (ad esempio, la scuola primaria o secondaria) è pari all’11%. Per l’istruzione superiore la distanza si attesta al 19 %. Le donne con la laurea hanno una retribuzione media inferiore del 27 % rispetto agli uomini con lo stesso titolo.
I dati rilevati anche in Germania sono un ennesimo campanello d’allarme che dovrebbe spronare i governi, a partire da quello dello stato italiano nel quale le divergenze sono ancora più marcate come risulta dalle statistiche che giorno dopo giorno vengono diffuse, a farsi promotori di un intervento europeo definitivo che serva a rimuovere tutti gli ostacoli che determinano differenze così elevate tra donne e uomini nel mondo del lavoro e nel mercato europeo.
mercoledì 3 ottobre 2012
Bagel Head: arriva la "ciambella" sottocutanea. Moda shock trasmessa su National Geographic Channel
Le mode stravaganti arrivano da ogni parte ma quello che si sta diffondendo come un fenomeno di costume che viene dal Giappone possiamo dire che sia anche pericolosa per la salute. La bizzarra novità denominata "bagel head", consiste nel farsi iniettare una soluzione salina sotto la cute della fronte fino a formare una massa sporgente. Dopo circa un paio d'ore si preme sulla palla formatasi nel frattempo fino a formare una "ciambella". Tale protuberanza fortunatamente scompare nell’arco di 24 ore. La soluzione salina viene infatti assorbita dal corpo.
La prassi è stata resa nota da National Geographic Channel lo scorso fine settembre e ci auguriamo non si diffonda nel resto del globo.
L’appello, quindi, dello “Sportello dei Diritti” è rivolto a tutti coloro che vogliono provare questa nuova moda shock che oltre al rischio di infezioni che una pratica di questo tipo comporta non si comprende quali vantaggi estetici possa portare.
Classifica mondiale 2012 Interbrand: i marchi italiani non perdono prestigio
Classifica mondiale 2012 Interbrand: i marchi italiani non perdono prestigio. Portabandiera del tricolore sono Gucci, la new entry Prada e Ferrari.
Coca-Cola, Apple e IBM: sarebbero questi i marchi più importanti e graditi del mondo. Questi tre nomi svettano nella classifica 2012 dei 100 marchi più prestigiosi pubblicata ogni anno dall'agenzia di ricerche di mercato Interbrand.
Ma nella classifica anche quest’anno l’Italia è rappresentata dal brand del settore lusso. Portabandiera del tricolore sono Gucci, la new entry Prada e Ferrari.
Non sorprende la performance di Gucci: l’iconico brand continua a coniugare con successo il proprio spirito artigiano con la ricerca di linguaggi contemporanei, non trascurando un forte accento sulle politiche di responsabilità sociale. Con una crescita del fatturato del 18% e un significativo aumento dei profitti, dovuti anche all’impennata del 30% delle vendite online e del 15% in Cina, sale di una posizione portando il valore del brand a 9,446 miliardi di dollari, +8% rispetto alla scorsa edizione. Prada rientra in grande stile in classifica conquistando, con un valore di 4,271 miliardi di dollari, la posizione 84. Il brand sembra vantare una straordinaria indifferenza alla crisi (nel 2011 registra una crescita 26% dei risultati finanziari) grazie anche alla capacità di sfidare le tendenze, dettandole poi a livello internazionale. Brand automotive, ma antonomasia del lusso, Ferrari (#99; 3,770 miliardi di $, +5%) conquista il mercato anche grazie a nuovi e significativi accordi di licensing. Esce dalla classifica Armani, per mancanza di sufficienti dati pubblicamente disponibili, prerequisito per l’ingresso in classifica.
Tre sono le aziende svizzere che rientrano nella top 100 di quest'anno: al trentacinquesimo posto con un valore di marchio di 11,09 miliardi di dollari, in calo del 5%, troviamo Nescafè, al cinquantasettesimo con 6,9 miliardi e in ascesa del 5% c'è Nestlé, e novantacinquesima è Credit Suisse, in contrazione del 5 % a 3,8 miliardi di dollari.
Per stilare la classifica, Interbrand ha utilizzato diversi parametri, tra cui soprattutto i profitti della società e la forza del marchio sulla domanda futura. Per essere classificate tra i Best Global Brand, le aziende devono coprire tutti i mercati internazionali, posizionandosi al meglio su quelli chiave, e guadagnarsi un certo livello di reputazione tra i consumatori.
Se il marchio Coca Cola è ormai leader da anni sull'intero panorama globale, grazie alla sua storia, ai suoi slogan e alle sue ineguagliabili campagne di marketing, il caso più emblematico è sicuramente quello di Apple che è quasi riuscito a trasformale il suo logo in un simbolo religioso e a instaurare un nuovo tipo di filosofia di vita basata sull'high tec. Apple si porta nel giro di un anno dall'ottavo al secondo posto, spodestando IBM al terzo gradino del podio. Con un valore di mercato di oltre 76 miliardi di dollari, l'azienda di Cupertino si starebbe spaventosamente avvicinando ai 77,8 miliardi rappresentati da Coca Cola.
La classifica comprende anche alcune new entry: oltre a Facebook, che si piazza sessantanovesima con i suoi 5,4 miliardi, è Pampers, l'azienda che produce pannolini per neonati, a stupire posizionandosi trentaquattresima con 11,2 miliardi di dollari. Pampers non solo da anni è leader nel suo settore, ma negli ultimi tempi è riuscito a imporsi sempre più su Internet e sui social network.
Per Giovanni D’Agata fondatore dello “Sportello dei Diritti” riescono ad eccellere ancora una volta le firme nel settore lusso che sono le nostre ammiraglie in tutto il mondo. Seppure in un momento di crisi economica globale non mostrano problemi significativi a livello d'immagine.
martedì 2 ottobre 2012
Aborto: il sanitario deve risarcire madre, padre, fratelli e bambino nato con una malformazione
Il medico è responsabile se gli esami clinici sono stati inadeguati
Una sentenza innovativa la n. 16754 resa in data odierna dalla Suprema Corte che di fatto rafforza il «diritto di aborto» quella portata all’attenzione da Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”.
Secondo la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, infatti, hanno diritto al risarcimento in conseguenza degli esami clinici inadeguati durante la gravidanza non solo la madre, ma anche tutta la famiglia e il bambino nato con una malformazione.
Nella fattispecie, i giudici del Palazzaccio hanno accolto il ricorso della madre di una bambina nata con la sindrome di Down, della piccola stessa, del padre e degli altri fratelli.
La forza innovativa dell’importante sentenza sta nel fatto che per la prima volta i giudici di legittimità hanno esteso il diritto al risarcimento del danno per violazione del diritto di aborto a tutta la famiglia, e quindi anche nei confronti del figlio nato con la patologia invalidante.
In particolare, affermano testualmente gli ermellini: «la responsabilità sanitaria per omessa diagnosi di malformazioni fetali e conseguente nascita indesiderata va estesa, oltre che nei confronti della madre nella qualità di parte contrattuale (ovvero di un rapporto da contatto sociale qualificato), anche al padre e prima ancora alla stregua dello stesso principio di diritto posto a presidio del riconoscimento di un diritto risarcitorio autonomo in capo al padre stesso, ai fratelli e alle sorelle del neonato, che rientrano a pieno titolo tra i soggetti protetti dal rapporto intercorrente tra il medico e la gestante, nei cui confronti la prestazione e dovuta”.
È un dato di fatto che anche il padre ed i fratelli subiscano un grave danno per il mancato esercizio del diritto di aborto. Danni che perdurano sia per tutta l’esistenza dei genitori che devono dedicare maggiori cure al neonato disabile sia dopo che passano a miglior vita.
I supremi giudici sulla scorta di alcuni assunti della nota sentenza della Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo del 28 agosto che ha censurato parzialmente la legge “40” sulla procreazione assistita, hanno statuito un nuovo principio al fine di affermare la risarcibilità dei danni al nascituro considerato dal nostro ordinamento come non ancora soggetto di diritto, rilevando che «la propagazione intersoggettiva dell'illecito legittima un soggetto di diritto, quale il neonato, per il tramite del suo legale rappresentante, ad agire il giudizio per il risarcimento di un danno che si assume in ipotesi ingiusto (tuttora impregiudicata la questione del nesso causale e dell'ingiustizia del danno lamentato come risarcibile in via autonoma dal neonato)».
Per farla breve, la protezione di colui che deve nascere non scaturisce in via assoluta dalla sua istituzione a soggetto di diritto, oppure per mezzo della negazione di diritti del tutto immaginari, come quello a «non nascere se non sano».
I costi spaventosi del cancro in Europa: 124 miliardi di euro all'anno
Occorre investire in ricerca ma viene lanciato l’allarme per i rischi connessi ai tagli alla spesa pubblica nei Paesi in maggiore difficoltà tra cui l’Italia.
Una vera e propria piaga sociale ed anche economica stando alle cifre che sono state diffuse nel corso del congresso della Società Europea di Oncologia Medica, che si riunisce oggi davanti a più di 15.000 esperti a Vienna in Austria.
Il cancro costa agli europei 124 miliardi di euro ogni anno, ossia circa 240 euro per cittadino. Peraltro, i tumori maligni costituiscono oggi, dopo le malattie cardiovascolari, la seconda causa di morte, anche se guardando i dati in prospettiva e con il progressivo invecchiamento della popolazione, prenderanno gradualmente il primo posto. Il loro impatto sui sistemi sanitari dei paesi dell'Unione europea se è già devastante, lo sarà ancora di più se non si cerca di trovare soluzioni che per Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, che fa proprie le giuste considerazioni degli esperti, non potranno non arrivare dalla ricerca e dalla prevenzione.
I dati economici presentati al congresso dal dottor Ramon Luengo-Fernandez e da un’equipe dell'Università di Oxford in Inghilterra hanno tenuto conto dei costi diretti per cure e per farmaci non rimborsati per l'assistenza pazienti e dei costi complementari e indiretti connessi con la perdita di produttività a causa dei periodi di malattia richiesti dai lavoratori, mortalità prematura, e dalla necessità di assistenza dei pazienti per i quali spesso i parenti sono costretti a chiedere periodi di aspettativa o anche a lasciare il lavoro.
Lo studio è stato realizzato in 27 paesi dell'Unione Europea nel 2009. I dati derivano da varie fonti, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l'OCSE e i ministeri della salute.
Gli studiosi hanno riportato cifre dettagliate per quattro principali tipi di tumore (delle neoplasie del polmone, della mammella, della prostata e del colon-retto). Sulla base dei dati analizzati è risultato che gli stati con i più alti costi pro capite sono quelli del Nord Europa e l'Europa centrale, mentre quelli più bassi nei paesi che hanno aderito più di recente nell'Unione europea e hanno mantenuto più bassi livello di reddito. Il costo per le cure più basso è stato osservato in Lituania, con 32 euro pro capite, mentre i più elevati in Germania con 165 euro pro capite a fronte di una media per tutta l’eurozona di 97 euro.
Tra le principali tipologie di cancro, quello al seno è il più costoso in termini di spesa sanitaria con 6 miliardi di euro all'anno, che rappresenta il 13% dei costi complessivi delle spese sostenute. Ma quello che pesa di più in termini economici generali è il cancro al polmone con 19 miliardi di euro, di cui 10 miliardi a causa della mortalità prematura.
Tra gli obiettivi dichiarati della ricerca vi è quello di agevolare il confronto dei pesi economici delle diverse malattie in modo che le istituzioni possano decidere sui vari livelli dei fondi destinati alla ricerca. A tal fine è necessaria in Europa una migliore informazione sui dati epidemiologici, sull'utilizzo delle risorse e l’analisi dei costi unitari.
In questo frangente di crisi globale gli specialisti hanno rivolto la loro attenzione per verificare ciò che accadrà nei paesi in maggiore difficoltà, tra cui Grecia, Spagna ma aggiungiamo anche l’Italia, dove si sono resi necessari pesanti tagli alla spesa pubblica.
I ricercatori temono, infatti, che tali politiche di riduzione della spesa sanitaria potranno avere effetti molto negativi se le restrizioni riguarderanno programmi di prevenzione e di screening.
L’appello, quindi, dello “Sportello dei Diritti” è rivolto al governo affinché alla luce delle conclusioni di quest’importante studio, eviti tagli in questi programmi e rivolga le attenzioni della spending – review su altri settori.
lunedì 1 ottobre 2012
Alimentazione: a causa della crisi le grandi aziende pensano al cibo mini
Alimentazione: a causa della crisi le grandi aziende pensano al cibo mini
Le grandi aziende pensano a nuove strategie di marketing per venire incontro al budget sempre più ridotto dei consumatori
Le multinazionali dell’alimentare e dei prodotti per l’igiene le pensano tutte per tentare di arginare la crisi economica globale che ha causato un’inevitabile contrazione dei consumi anche in questo settore.
Basti pensare che la Unilever, il colosso che detiene marchi famosi quali Knorr (la società che produce i noti dadi) o la Calvè (quello delle maionese) ha comunicato già a partire dall’estate appena trascorsa alcune nuove strategie di distribuzione e commercializzazione dei prodotti anche perché gli sconti non bastano più e sono soventemente percepiti come un peggioramento della qualità di ciò che si offre.
Il nuovo tipo di marketing si basa sulla vendita di microconfezioni allo scopo di fornire quantità di cibo minori a prezzi inevitabilmente più bassi.
Se, infatti, i "mini" acquisti riguardavano fino a poco tempo fa solo i nuclei familiari formati da una coppia o erano rivolti solo ai "single", con le nuove proposte si cerca di soddisfare tutti coloro che hanno poche risorse e non hanno la necessità di comprare una gran quantità di prodotti sia nel settore del cibo che in quello dell’igiene.
A breve, secondo quanto è stato previsto nell’ottica delle nuove strategie di marketing, troveremo con maggiore facilità sugli scaffali dei supermercati tra gli altri: confezioni monodose di bagnoschiuma e prodotti per la casa, cibi in singole porzioni come la maionese monouso, confezioni di purè ridotte e pacchi di pasta da due – trecento grammi, e così via.
Ma dietro ad ogni nuova proposta si nasconde sempre l’inghippo, perché se tali scelte appaiono convenienti, in realtà non dovrebbero portare a risparmi per il budget familiare globale, anzi.
Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, a tal proposito evidenzia che il costo delle mini confezioni anche se decisamente più allettante, deve essere sempre confrontato con il valore equivalente della confezione per così dire “normale”.
Raffrontando i prezzi, infatti, si può evitare di scoprire che i cibi in versione monodose, possono, in proporzione, costare fino al 40-50% in più di quelli standard. Occhio, quindi, alla spesa.
Tecnologia e salute: approvato dalla FDA un nuovo defibrillatore salvavita Made in Italy impiantato sotto la pelle
Tecnologia e salute: approvato dalla FDA un nuovo defibrillatore salvavita impiantato sotto la pelle inventato dal cardiologo italiano Riccardo Cappato. Un nuovo strumento meno invasivo
Una notizia che per Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, dovrebbe far sentire orgogliosi tutti gli italiani perché riguarda il rapporto tra il mondo della ricerca, troppo bistrattata in Italia da una politica che non comprende come sia importante investire risorse in innovazione, e salute. Questa volta anche l’amministrazione federale degli Stati Uniti, per della Food and Drug Administration, l’Agenzia americana che si occupa della sicurezza dei farmaci e dei cibi, riconoscono il genio italico attraverso l’approvazione ufficiale del primo defibrillatore sottocutaneo che non richiede una connessione via cavo al cuore inventato da un cardiologo italiano il dott. Riccardo Cappato.
Si tratta di un nuovo strumento che ha tutte le caratteristiche per rivoluzionare la gestione delle aritmie pericolose.
I defibrillatori standard - progettati per fornire un impulso elettrico e sopprimere un battito cardiaco rapido o irregolare – sinora hanno utilizzato un filo elettrico che viene inserito attraverso una vena direttamente nel cuore.
Il nuovo sistema S-ICD, al contrario, utilizza un cavo che viene impiantato sotto la pelle lungo la parte inferiore della gabbia toracica.
L’approvazione dell’ente federale è arrivata dopo uno studio effettuato su 321 pazienti dei quali ben 78 casi di aritmia spontanea (battito cardiaco irregolare) sono stati risolti dal defibrillatore.
Come i defibrillatori impiantabili finora in uso si tratta quindi di un’importante sentinella salvavita: se il cuore va in tilt per una fibrillazione ventricolare (un'accelerazione del battito tanto rapida e tumultuosa da provocare l'arresto cardiaco), dall'elettrodo dell'apparecchio parte una scossa elettrica che richiama all'ordine il battito. La differenza con quelli tradizionali sta nel fatto che nei primi il catetere con l'elettrodo è inserito nel cuore; nel nuovo dispositivo, invece, viene semplicemente appoggiato sottopelle, vicino allo sterno. Un accorgimento semplice, ma con un bel po’ di vantaggi.
L' energia necessaria per dare la giusta scossa elettrica al cuore è più alta, ma l'inserimento è molto più semplice e veloce: bastano 10 o 15 minuti anziché i consueti 45 - 60 minuti.
Le complicanze si riducono del 90 per cento: non dover entrare in cuore e attraverso i vasi implica un minor rischio di infezioni, perforazioni ed emorragie.
E, cosa da non sottovalutare, si elimina lo spauracchio più temuto coi defibrillatori tradizionali, l'espianto: in un caso su cinque dopo 7 o 8 anni il catetere non funziona più a dovere e andrebbe tolto. Succede perché la corrente del cuore, col sangue che circola a 85 metri al secondo, alla lunga logora anche lo strumento più affidabile. Ma il catetere si unisce fortemente al cuore e rimuoverlo è pericoloso. Tale circostanza lo rende un limite che nei casi dubbi fa spesso pendere la bilancia a sfavore dell'impianto.
In tal senso, sono i dati a parlare chiaro: su 170 mila i italiani ad alto rischio di fibrillazione ventricolare, si impiantano ogni anno solo 10 mila defibrillatori. Poter inserire il sistema sotto la pelle significa poterlo rimuovere in ogni momento, fattore molto importante, ad esempio, nei pazienti giovani, in cui l' espianto è praticamente certo.
L’agenzia ha però stabilito che il produttore del dispositivo, la “Cameron Health Inc” di San Clemente in California, dovrà condurre uno studio di post-approvazione di cinque anni per verificare la sicurezza e l'efficacia a lungo termine del defibrillatore.
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