domenica 4 gennaio 2015

"Binge drinking". La cattiva "moda" di bere sino a stordirsi danneggia il sistema immunitario

"Binge drinking". La cattiva "moda" di bere sino a stordirsi danneggia il sistema immunitario, secondo un nuovo studio Lo “Sportello dei Diritti”, ha più volte denunciato i pericoli di un fenomeno sempre più diffuso, specie fra i giovani, facendo riferimento a studi che ne rilevano gli aspetti devastanti per la salute. Un'altra recentissima ricerca, rileva Giovanni D'Agata presidente dell'associazione, ha ulteriormente verificato che anche il sistema immunitario di coloro che si sottopongono a questa prassi subisce danni con ciò confermando che gli effetti possono permanere a lungo anche dopo che è finita la sbornia. Lo studio in questione effettuato dai ricercatori dell'equipe del professor Majid Afshar della Loyola University Chicago Stritch School of Medicine e pubblicato sulla rivista Alcohol ha scoperto che bere smodatamente ostacola i sistemi immunitari dei giovani. L'esperimento è servito a studiare la reazione immunitaria di soggetti (otto uomini e sette donne, età media 27 anni) che avevano bevuto quattro o cinque bicchierini di vodka, a seconda del proprio peso corporeo. Venti minuti dopo il picco dell’intossicazione, il sistema immunitario appariva su di giri: i ricercatori hanno osservato livelli più alti della norma di leucociti, monociti e linfociti natural killer. Erano anche presenti in numero maggiore le cosiddette citochine, proteine coinvolte nei processi di attivazione delle risposte immunitarie. Due e cinque ore dopo l’intossicazione, comunque, la situazione cambiava diametralmente. I ricercatori hanno misurato livelli più bassi di monociti e linfociti natural killer nel sangue e livelli più alti di un altro tipo di citochine, quelle che inibiscono le reazioni immunitarie. Mentre gli altri effetti dell’alcol e del binge drinking, come cadute accidentali e incidenti stradali, sono noti da tempo, "Ma c'è meno consapevolezza degli effetti nocivi dell'alcol in altri settori, come il sistema immunitario," ha detto il co-autore della ricerca Elizabeth Kovacs, direttore del programma di ricerca sull'alcol della Loyola.

sabato 3 gennaio 2015

Nuova "bufera" sul Comune di Lecce. Nulle migliaia d'ingiunzioni della concessionaria SO.G.E.T. S.p.A. per il recupero di tributi comunali

Nuova "bufera" sul Comune di Lecce. Nulle migliaia d'ingiunzioni della concessionaria SO.G.E.T. S.p.A. per il recupero di tributi comunali. Lo "Sportello dei Diritti" pronto per presentare i ricorsi Lo “Sportello dei Diritti”, ha ricevuto nei giorni scorsi molte segnalazioni da parte di contribuenti leccesi cui sono state notificate ingiunzioni di pagamento in tema di ICI e TARSU da parte della SO.G.E.T S.p.A. di Pescara, in qualità di concessionaria della riscossione per conto del Comune di Lecce. Lo “Sportello dei Diritti”, dopo aver consultato il noto tributarista leccese Maurizio Villani e dopo tutte le verifiche del caso, ritiene tutte le ingiunzioni di pagamento della SO.G.E.T S.p.A. di Pescara nulle ed illegittime "per diversi motivi di diritto". Con l’occasione, Giovanni D'Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”, come già fatto per la famigerata vicenda degli estimi catastali, comunica che intende procedere con la predisposizione dei ricorsi individuali innanzi alla competente Commissione Tributaria Provinciale di Lecce entro 60 giorni dalla data di notifica delle singole ingiunzioni. Chiunque sia interessato al ricorso può rivolgersi agli addetti dello “Sportello dei Diritti”, previo contatto telefonico o comunicazione a mezzo email. Poiché si preannunciano potenzialmente migliaia di ricorsi sono stati creati i seguenti recapiti dedicati: numero telefonico 3890188131 e indirizzo e-mail ricorsisoget@gmail.com Si fa presente che per la predisposizione, spedizione alla SO.G.E.T S.p.A. e il deposito presso la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce, l’interessato dovrà consegnare i seguenti documenti previa sottoscrizione personale della procura alle liti: 1. copia dell’ingiunzione di pagamento con la relativa busta; 2. eventuali notifiche degli avvisi di accertamenti indicati nell’ingiunzione di pagamento; 3. pagamento del contributo unificato tributario in relazione al valore della somma ingiunta (euro 43,00 per valore fino a euro 1.100,00; euro 98,00 per valore superiore a euro 1.100,00 e fino a euro 5.200,00; euro 237,00 per valore superiore a euro 5.200,00 e fino a euro 26.000,00); 4. contributo forfettario di euro 100,00 per spese vive relative al ricorso per ciascuna ingiunzione e per il contenzioso di primo grado; 5. per effettuare istanza di sospensione della riscossione è consigliato portare una copia dell’ultima busta paga o del cedolino di pensione o altro documento attestante la difficoltà economica di pagare la somma richiesta nell’ingiunzione; Tenuto conto dei ristretti tempi per i singoli ricorsi (si ribadisce, 60 giorni dalla data di notifica dell'ingiunzione) è consigliabile che tutti i documenti siano consegnati il prima possibile.

Carcerato nella prigione da 30 anni, detenuto chiede ed ottiene l'eutanasia. L'11 gennaio sarà ucciso.

Carcerato nella prigione da 30 anni, detenuto chiede ed ottiene l'eutanasia. L'11 gennaio sarà ucciso. Per la prima volta un detenuto in Belgio ha richiesto e ottenuto di essere ucciso sottoponendosi all’eutanasia. Frank Van Den Bleeken, internato in una prigione da quasi 30 anni per vari reati sessuali, sarà ucciso domenica 11 gennaio presso la prigione di Bruges. L'uomo di 51 anni pluristupratore seriale e assassino, recidivo e conscio di esserlo aveva chiesto al ministro della Giustizia belga di essere mandato in un centro di cure specializzato in Olanda o, in alternativa, di essere ucciso con l'eutanasia. Frank Van Den Bleeken è seguito da diversi anni da psichiatri, ed è rinchiuso in un carcere belga, in isolamento per 23 ore al giorno, senza ricevere, a suo dire, le cure che la sua malattia mentale richiede. Tutti gli esperti dicono che egli è malato di mente e soffre gravemente per la sua detenzione. È inoltre consapevole che senza adeguata terapia, egli rimane un pericolo per la società. È quindi arrivato anche il via libera dei sanitari all'eutanasia dell'uomo, soddisfacendo così tutti i criteri previsti dalla legge belga entrata in vigore nel 2002 e rivista quest'anno introducendo il diritto alla "dolce morte" anche per i bambini. Nell'arco di 12 anni, sono sempre di più i belgi che hanno fatto ricorso all'eutanasia, in grande maggioranza fiamminghi. Solo nel 2013, il numero di persone che ha deciso di porre un termine alle loro sofferenze è stato del 27% più alto rispetto al 2012, raggiungendo il record di 1.807 casi. Insomma, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, da quando il Belgio ha legalizzato l’eutanasia, nel 2002, la sua applicazione si è gradualmente estesa. con l’inclusione dei bambini fra le categorie che hanno “diritto” ad esigere un’iniezione che metta fine alla loro vita. Uno studio pubblicato dall’associazione dei medici canadesi ha evidenziato che un terzo dei casi di eutanasia nella regione fiamminga del Belgio sono stati portati a termine senza l’esplicita richiesta del paziente, poiché questi era inconscio o affetto da senilità tale da non poter dare il suo consenso. In quei casi a decidere la morte del paziente è stato il suo medico. Ancora più allarmanti sono i casi in cui è un infermiere ad amministrare l’iniezione letale. In quelle circostanze, in tutto il Belgio, la percentuale di morti senza esplicito consenso sale al 45%. È stato lo stesso studio a concludere che i dati confermano la presenza di «gruppi di pazienti vulnerabili a rischio di finire la loro vita prematuramente contro la loro volontà».

venerdì 2 gennaio 2015

Il cancro potrebbe essere dovuto alla "sfortuna".

Il cancro potrebbe essere dovuto alla "sfortuna". Due terzi dei tumori sarebbero delle mutazioni genetiche casuali del Dna Fino ad ora si pensava che il cancro era il risultato di un cattivo stile di vita (per esempio uso e consumo di tabacco, alcool, ecc..) o ad ereditarietà genetica. Queste certezze sono seriamente messe in discussione da uno studio condotto dagli scienziati della Johns Hopkins University, Baltimora e pubblicato oggi sulla rivista Science. Secondo lo studio, circa due terzi dei tumori degli adulti sono scatenati principalmente da mutazioni spontanee del Dna, con un apporto minimo o nullo al rischio da parte di stili di vita o cause ereditarie. che ha individuato 22 tipi di cancro in cui la "sfortuna", intesa come una replicazione casuale delle cellule di alcuni tessuti tale da scatenare la malattia - ha un ruolo primario e nove in cui invece prevalgono gli altri fattori. Uno degli autori, Bert Volgenstein, ha spiegato che tutti i tumori sono causati da una combinazione di sfortuna, ambiente e ereditarietà, e i ricercatori hanno creato un modello matematico che può quantificare ogni contributo. Il modello si basa sulle replicazioni del Dna delle staminali di vari tessuti, riporta Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, che possono dar vita a mutazioni casuali che portano al cancro, concentrandosi su 31 diversi tessuti, dai polmoni al colon all'intestino. In 22 casi, spiegano gli autori, che vanno dal cancro del duodeno a diversi tumori del distretto testa-collo, le mutazioni casuali hanno un peso preponderante, mentre negli altri nove, fra cui polmoni, fegato e tiroide, sono i fattori ambientali e familiari a decidere, anche se sempre combinati con la "sfortuna"."I rari casi di fumatori che non sviluppano tumori sono spesso attribuiti a 'buoni geni' , ma la verità è che sono invece solo fortunati. I cambiamenti di stili di vita possono avere un grandissimo impatto su alcuni tipi di tumori ma sarà molto efficace per gli altri.

giovedì 1 gennaio 2015

Cure dimagranti con le amfetamine. Lo "Sportello dei Diritti" con le famiglie delle vittime

Cure dimagranti con le amfetamine. Lo "Sportello dei Diritti" con le famiglie delle vittime Sarebbe passata inosservata se il padre di una delle vittime non avesse intrapreso, pressoché da solo, una battaglia per la Verità e la Giustizia, che ha portato alla richiesta di ben undici rinvii a giudizio tra farmacisti, funzionari ministeriali, direttori di Asl e l'ex comandante del Nas Marco Datti, a seguito della morte del figlio Luigi Marzulli e di Ombretta Rubeghi, deceduti secondo la procura della Repubblica di Roma a causa di una dieta a base di fendimetrazina, una sostanza anoressizzante vietata dalla legge. I due giovani erano morti tra il 2009 e il 2011, dopo aver acquistato il medicinale in farmacia, secondo quanto sempre sostenuto dalle famiglie ed infine dall'accusa, dove non avrebbero mai dovuto trovarlo se i carabinieri del Nas, i dirigenti del Ministero della Salute e due direttori di Asl si fossero preoccupati di controllare l’applicazione del divieto. Un'inchiesta complessa, quella portata avanti dal pubblico ministero Francesco Dall’Olio della procura capitolina, che ha ravvisato la sussistenza di una complessa catena di responsabilità tanto da portare lo scorso mese di novembre alla richiesta di rinvio a giudizio di ben undici imputati. Tra di essi l’ex comandante del Nas, Marco Datti, in carica fino al settembre del 2013: per il magistrato, non ha disposto verifiche periodiche nelle farmacie capitoline per impedire la vendita dei prodotti galenici. Ai farmacisti Alessandra Magnolfi, Marica Siciliano ed Emanuele Coli è stato contestato di aver preparato pillole a base di fendimetrazina acquistate da Marzulli e Rubeghi. Ai funzionari ministeriali è stato contestato di non aver disposto i regolamenti necessari per rendere efficace l’azione di prevenzione dei militari dell’Arma sul territorio, sarebbero stati latitanti nella formulazione delle direttive. In questo caso il pubblico ministero ha individuato cinque responsabili: si tratta di Marcella Marletta e Giuseppe Ruocco che hanno ricoperto il ruolo di direttori generali. Sotto accusa anche Germana Apuzzo, Paola D’Alessandro e Diego Petriccione a capo dell’Ufficio VIII stupefacenti, una sotto-sezione del medesimo dicastero. Tra gli imputati figura pure Giuseppe Guaglianone, al vertice dell’Asl/C dove si trova la farmacia presso la quale Ombretta Rubeghi, 37 anni, comprò le pillole che le sarebbero state fatali. La richiesta di rinvio a giudizio è stata avanzata dal magistrato anche per Paola Cocito che dirigeva la Asl/A nella cui giurisdizione lavorava il farmacista che vendette a Luigi Marzulli, 36 anni, i prodotti galenici. Le indagini sono scaturite grazie al prezioso contributo di Michele Marzulli, padre di Luigi, ormai considerato in materia un super-consulente legislativo che non si è dato per vinto dopo la morte del figlio e ha affrontato una battaglia che ci auguriamo non resti isolata in quanto in Italia sono stati segnalati alcuni casi analoghi, anche se con tutta probabilità sarebbero decine i decessi di pazienti per lo stesso motivo data l'assenza di controlli su questo tipo di sostanze stupefacenti anfetaminosimili, tra di esse la citata fendimetrazina, ma anche amfepramone, fenilproponalamina, fenbutrazto, sia da sole che in associazione anche se vietate dalla legge. Sono anni, infatti, che il signor Marzulli combatte con il Ministero della Salute, con l'Aifa, con i NAS, Regioni, FOFI, Federfarma, Ordine dei Medici, affinché venga completamente bloccata la vendita delle suddette sostanze di cui è vietata la prescrizione e la dispensazione sin dall'anno 2000 (Dm 24 gennaio 2000 e dall'art. 5 del Decreto Leg.vo 94/98 ), dall'EMEA e dalla Commissione Comunità Europea dal 09 marzo 2000, ma sinora nessuno ha controllato o è intervenuto per mettere definitivamente la parola fine sulla vicenda. L'inchiesta in questione passata pressoché nel silenzio generale se non solo per alcuni sporadici articoli, avrebbe attestato queste carenze ed in particolare da parte del Ministero della Salute e delle altre Istituzioni preposte quali i NAS e le ASL. Ecco perchè Giovanni D'Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”, ritiene doveroso riportare l'attenzione sulla questione affinché l'opinione pubblica ne abbia la più ampia conoscenza e contezza e si schiera al fianco delle famiglie delle vittime perchè sia fatta piena luce e, finalmente, Giustizia.

Gli effetti del "Jobs Act" fanno la prima vittima. Licenziato a Natale dall'IVECO (Gruppo FCA, già FIAT) un ingegnere

Gli effetti del "Jobs Act" fanno la prima vittima. Licenziato a Natale dall'IVECO (Gruppo FCA, già FIAT) l'ingegnere, dipendente di lungo corso nello stabilimento di Torino, cui non spetta neanche la pensione. Lo "Sportello dei Diritti": lo difenderemo in ogni sede Sembra quasi il paradigma di ciò che accadrà nei prossimi mesi a migliaia e migliaia di lavoratori ora che nelle mani delle imprenditori può essere agitato il grimaldello delle cosiddette "riforme" del mercato del lavoro e non poteva non accadere nel gruppo FIAT, o meglio, come si chiama ora FCA Group, il cui amministratore delegato era stato colui che più di tutti - sotto la costante minaccia di "lasciare l'Italia" - nel corso degli ultimi anni aveva chiesto "riforme, riforme, riforme" che in realtà si dovevano tradurre con la libertà di licenziare: un ingegnere con oltre trentanni di lavoro alle dipendenze di IVECO è stato licenziato "in tronco" proprio lo scorso 15 dicembre dallo stabilimento di Torino. Giovanni Battista Oberto, questo il nome del funzionario con più di trentacinque anni di storia lavorativa in IVECO, nel bel mezzo della giornata di lavoro è stato chiamato dal "personale" senza alcuna preventiva comunicazione ed è stato verbalmente invitato a prendere le sue cose, lasciare lo stabilimento seguito, peraltro, come il più pericoloso degli estranei dai "segugi" della security interna, e messo "in mobilità" contro la sua volontà, pur avendo lo stesso ribadito di non aver raggiunto i requisiti minimi per il trattamento pensionistico. Ciò solo qualche giorno prima di Natale e con lo stipendio di dicembre più che dimezzato. Un drammatico epilogo per un lavoratore che ha dato più di metà della sua vita al proprio datore di lavoro, ma che per Giovanni D'Agata presidente dello “Sportello dei Diritti” troverà la più ferma reazione in ogni sede competente sia per le modalità che per la forma con cui si è pervenuti a questa scelta unilaterale e discriminatoria che non trova alcuna giustificazione se non nelle nuove "libertà di licenziare" che credono di poter millantare alcuni datori di lavoro che si dimostrano senza scrupoli. Nessuna pseudo riforma, infatti, può giustificare alcuna forma di "violenza", più o meno velata, perpetrata nei confronti di chi è parte debole e dovrebbe essere portatore di diritti intoccabili, ma che si ritiene possano essere erosi in nome del profitto e della libertà d'impresa.

Riclassamento sugli estimi catastali a Lecce. Anche per il "ricorso collettivo" arrivano le condanne alle spese

Riclassamento sugli estimi catastali a Lecce. Anche per il "ricorso collettivo" arrivano le condanne alle spese nei confronti dell’Agenzia del Territorio da parte della Commissione Tributaria Provinciale di Lecce Com'è noto lo “Sportello dei Diritti” è stata l'unica associazione a proporre i ricorsi collettivi avverso gli atti di accertamento dell'Agenzia del Territorio sulla famigerata questione del riclassamento degli estimi catastali nel Comune di Lecce. E dopo che la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce ha accolto i primi ricorsi collettivi tributari a livello nazionale che hanno riguardato la vicenda, lo scorso 22 dicembre è arrivato un altro accoglimento da parte della prima sezione di uno degli altri ricorsi cumulativi proposti che non solo ha annullato gli atti di accertamento ma ha anche condannato l'Agenzia del Territorio alle spese liquidate nell’importo di € 350,00 per ogni singolo atto impugnato, oltre accessori di legge. Per Giovanni D’Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”, non si tratta solo di un'ulteriore conferma dell’illegittimità dell’operato della p.a., ma dev'essere rilevato ancora una volta, come dalle sentenze in questione emerga l’enorme danno portato alla collettività leccese, e non solo, per una procedura avviata su input dell’amministrazione comunale e portata avanti dall’Agenzia del Territorio. Se, infatti, le sentenze in questione anche per i ricorsi collettivi, dovessero essere confermate dai successivi gradi di giudizio, tenuto conto che dove è stato proposto appello da parte dell'Agenzia del Territorio, molti contribuenti hanno deciso di resistere reiterando la richiesta di condanna alle spese, i danni a carico della pubblica amministrazione e quindi dello Stato si amplificheranno e raggiungeranno proporzioni di enorme entità.