mercoledì 1 aprile 2020

Coronavirus e truffe online a gogo. Una miriade di falsi messaggi social e email che chiedono i dati bancari.

Coronavirus e truffe online a gogo. Una miriade di falsi messaggi social e email che chiedono i dati bancari. L’allerta della Polizia Postale: «Alcune semplici informazioni per non cadere in errore». Lo “Sportello dei Diritti”: seguite i consigli e cancellate i messaggi Sono giorni che noi dello “Sportello dei Diritti” invitiamo i cittadini a prestare la massima attenzione a tutti i messaggi che giungono sui nostri dispositivi e che dietro l’emergenza e la crisi determinata dal “Coronavirus” nascondono tentativi di frode da parte di subdoli approfittatori che stanno cercando di cogliere il momento per perpetrare i loro crimini. Non vi è dubbio, infatti, che viviamo in un periodo nel quale sono aumentati esponenzialmente i cittadini connessi perché in rete si trova uno svago alla quarantena forzata e non è un caso, quindi, che si assista ad una recrudescenza dei tentativi di truffa online. Non solo quella tipica dei falsi buoni spesa che abbiamo denunciato solo un paio di giorni fa, ma anche quella dei messaggi e mail di istituti bancari, assolutamente estranei. A rilanciare l’allerta anche la Polizia Postale che con un nuovo post sulla pagina Facebook “Commissariato di PS On Line – Italia” ci ricorda di prestare la massima attenzione: “Sono in corso numerose campagne di comunicazione fraudolente a nome di Istituti Bancari che, sfruttando la situazione di emergenza sanitaria nazionale e l’attenzione dedicata alle notizie sul Coronavirus, chiede di inserire i dati bancari in falsi siti internet. E' bene ricordare che le Banche non inviano mai email, sms o chiamano al telefono per chiedere di fornire le credenziali di accesso all’home banking o all'app, i dati delle carte di credito o la variazione dei dati personali. Se ricevi comunicazioni email, sms o telefonate che ti richiedono di fornire dati bancari chiama immediatamente la Tua Banca o rivolgiti alla Polizia Postale. Inoltre ti ricordiamo che gli Istituti bancari non utilizzano WhatsApp per le comunicazioni ai propri clienti. Gli approfondimenti sono disponibili sul portale della polizia postale www.commissariatodips.it”. Se già sono anni che segnaliamo simili tentativi di frode che utilizzano metodi del tutto analoghi, tuttavia, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, la scelta di operare in questo particolare periodo appare ancor più spregevole perché si tenta di approfittare con modi a dir poco subdoli, dell’emergenza e della gravissima crisi che vivono gli italiani. Il modo migliore per difendersi, è quello di seguire le indicazioni della Polizia Postale e di cestinare questi messaggi. Nel caso siate comunque incappati nella frode potrete rivolgervi agli esperti della nostra associazione tramite i nostri contatti email info@sportellodeidiritti.org o segnalazioni@sportellodeidiritti.org per valutare immediatamente tutte le soluzioni del caso per evitare pregiudizi.

L’AIFA prima autorizza e poi revoca la somministrazione dell’interferone beta 1 per via endovenosa per la cura del Coronavirus

L’AIFA prima autorizza e poi revoca la somministrazione dell’interferone beta 1 per via endovenosa per la cura del Coronavirus: «problemi di incompatibilità della formulazione disponibile rispetto all'uso proposto». Lo “Sportello dei Diritti”: si chiarisca se la modalità di somministrazione sia stata adottata nella pratica ospedaliera e a quanti pazienti In data odierna ci ha particolarmente scosso un articolo del quotidiano “Il Tempo” a firma di Franco Bechis che ha ipotizzato uno scenario a dir poco inquietante circa uno specifico tipo di farmaco utilizzato nella cura del Coronavirus, la cui somministrazione per via endovenosa sarebbe stata prima autorizzata dall’AIFA e poi revocata a distanza di una settimana perché dichiaratamente “incompatibile” nella suindicata modalità di utilizzo. Si tratta dell’interferone beta 1 normalmente somministrato attraverso iniezione intramuscolo o al limite sotto pelle per la cura della sclerosi a placche sotto il nome commerciale di Avonex. È raro che noi dello “Sportello dei Diritti” riprendiamo stralci integrali di notizie riprese da altri, ma questa vicenda merita di essere raccontata per come riportata da colui che per primo l’ha diffusa ed è per questo che riteniamo utile trascrivere l’articolo rinvenibile al seguente indirizzo: https://www.iltempo.it/cronache/2020/04/01/news/coronavirus-ai-malati-farmaco-killer-aifa-autorizza-poi-ritira-avonex-interferone-beta-1-contro-covid-19-insufficienza-respiratoria-1306393/ «…L'Aifa - l'agenzia del farmaco italiano - ha invece autorizzato il suo utilizzo nella lotta al coronavirus per via endovenosa. Il risultato secondo le avvertenze del farmaco è un sostanziale sovradosaggio dovuto all'assorbimento più rapido. E gli effetti già testati in questo caso sono fra l'altro: «svenimento,. Convulsioni, disturbi depressivi, anche gravi con ideazione suicidaria, aritmie, angina, ipertensione arteriosa, insufficienza cardiaca e addirittura difficoltà respiratorie». Non conosciamo cosa sia accaduto a quei malati, ma è certo che dopo 7 giorni di somministrazione quella autorizzazione all'utilizzo dell'interferone beta 1 è stata improvvisamente revocata dalla stessa Aifa. L'autorizzazione e la revoca sono atti pubblici, entrambi pubblicati sulla Gazzetta ufficiale come determine dell'Agenzia del farmaco. La prima è del 17 marzo e stabilisce che l'interferone beta 1 «è erogabile a totale carico del Servizio sanitario nazionale come terapia di supporto dei pazienti affetti da infezione da Sars-CoV2 (COVID-19), nel rispetto delle condizioni per esso indicate nell'allegato 1 che fa parte integrante della presente determina». L'allegato a cui si fa riferimento spiegava che il farmaco era controindicato ovviamente per chi aveva ipersensibilità all'interferone beta 1, a chi stava seguendo altra «terapia corticosteroidea» e per le donne in gravidanza o in allattamento. Stabiliva anche che la cura sarebbe stata a carico del SSN per tre mesi, e il piano terapeutico: «dosaggio 10 mg al giorno in bolo endovenoso per un massimo di 6 giorni consecutivi». Infine i parametri indicati per il monitoraggio clinico: «Nel corso del trattamento con il medicinale devono essere monitorati i tempi di estubazione e la mortalità».Otto giorni dopo - il 25 marzo - sulla Gazzetta Ufficiale è stata pubblicata una nuova determina Aifa che revocava la decisione precedente che sarebbe dovuta durare tre mesi spiegando solo che la commissione tecnico scientifica dell'Agenzia del farmaco in una sua riunione tenutasi il 24 marzo «ha ritenuto opportuno revocare tale inserimento per problemi di incompatibilità della formulazione disponibile rispetto all'uso proposto».Quando ho letto entrambe le gazzette ufficiali ho fatto un salto sulla sedia: «Cosa è successo per consentire ai malati di coronavirus l'utilizzo di un farmaco che dopo soli sette giorni viene ritirato? È stato usato su qualche paziente? Con quali effetti? Ha migliorato la sua situazione o l'ha aggravata, visto il ritiro?». Tutte domande che dovrebbero avere risposta nel verbale di quella commissione tecnica dell'Aifa, che però non è pubblicato né pubblico. Ho provato ad avere notizie dall'interno dell'Agenzia come già avevo fatto in passato, ma ho trovato un riserbo che mai mi era stato frapposto. Insistendo l'unica cosa che ho saputo è che il farmaco era già stato sperimentato prima della sua autorizzazione su circa 300 pazienti, con qualche successo. E con questo avevo chiaro il motivo della prima delibera Aifa, che lo inseriva fra le cure ufficiali al coronavirus a carico del sistema sanitario pubblico. Ma perché poi è stato ritirato? Un giallo. Così ho inviato le due gazzette ufficiali al viceministro della Salute, Pier Paolo Sileri, che è saltato sulla sedia appena lette esattamente come era capitato a me: «Mi informo». Sileri è sempre molto gentile e ci tiene alla trasparenza, ma in questo caso aveva una sensibilità in più: nel tunnel di quella brutta malattia è passato anche lui in prima persona, ed è appena uscito. Il viceministro ha provato per le vie brevi e informali ad avere chiarimenti dall'Aifa, nella speranza di potere fornire una risposta rapida e tranquillizzante. Ma il tentativo non è riuscito. Così ha chiesto chiarimenti ufficiali inviando una lettera all'Aifa nella sua funzione di ministro controllante. A quel punto zitti non potevano stare. Lì ha chiesto i motivi dell'autorizzazione e quelli della revoca nonché il numero di malati Covid 19 eventualmente trattati in quella settimana di autorizzazione del farmaco e con quale risultato. Ha ricevuto la risposta ufficiale a 36 ore dalle sue domande, solo ieri in tarda serata. E me l'ha girata. Eccola: «Per quanto riguarda eventuali pazienti trattati con IFN-beta1a dal 17 al 25 marzo, tale dato non è ancora a disposizione di AIFA, essendo in corso di pubblicazione in questi giorni la piattaforma per l'inserimento dei dati da parte dei clinici. Inoltre, in questo momento di emergenza i centri ospedalieri non hanno facilità ad inviare i dati e quindi li verificheremo appena possibile. Lo studio di riferimento per l'iniziale inserimento prevedeva un trattamento per via endovenosa. Purtroppo le formulazioni disponibili in Italia non sono autorizzate per l’uso endovena e quindi la CTS, nell'ambito del processo di rivalutazione continua delle evidenze in materia di farmaci per il trattamento del COVID-19 ha ritenuto opportuno revocare l'inserimento nelle liste ai sensi della legge 648/96, per i menzionati problemi di incompatibilità della formulazione disponibile rispetto all'uso proposto». Purtroppo la risposta chiarisce poco. Conferma quello che avevamo scoperto da soli: era stata data autorizzazione all'utilizzo di un farmaco per via endovenosa che però sul mercato esiste solo per la somministrazione per via intramuscolare. E già questo è un errore clamoroso: perché essendo l'Aifa l'agenzia che autorizza in Italia la commercializzazione dei farmaci, è il solo soggetto che dovrebbe conoscerne le caratteristiche. Ma è la prima parte della risposta che inquieta non poco. L'Agenzia avrebbe potuto rispondere: «Ovviamente il farmaco non disponibile per quello che pensavamo non è stato somministrato nemmeno a un paziente». Purtroppo non dice questo, anzi. Dice semplicemente che non è in grado di saperlo in questo momento, dovendo attendere i dati che man mano arriveranno dagli ospedali italiani. L'unica è sperare che questo incredibile infortunio dell'agenzia non abbia indotto in analogo errore qualche ospedale o medico che si fosse fidato dell'Aifa seguendo le istruzioni fornite. Dio non voglia che il nostra sistema sanitario abbia somministrato ai malati di questa brutta bestia quel che poteva provocare anche senza il virus una insufficienza respiratoria.» Una notizia a dir poco preoccupante, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, per la quale riteniamo necessario che l’AIFA chiarisca immediatamente se la modalità di somministrazione prima autorizzata e poi revocata sia stata adottata nella pratica ospedaliera e a quanti pazienti. Anche se siamo in emergenza, è lecito, anzi è imprescindibile sapere se e in caso affermativo, quanti ammalati, abbiano ricevuto il farmaco con questa modalità e le eventuali conseguenze dannose patite dagli eventuali incolpevoli pazienti.

Gatti in coma etilico, cani ustionati con la candeggina: i veterinari mettono in guardia contro la disinfezione degli animali.

Gatti in coma etilico, cani ustionati con la candeggina: i veterinari mettono in guardia contro la disinfezione degli animali. Nel mezzo di un'epidemia di coronavirus, i veterinari richiedono la massima cautela in merito alla disinfezione degli animali domestici. La paura del contagio a volte provoca comportamenti inappropriati da parte di persone che cercano di "lavare" il loro cane o gatto con prodotti tossici. Il periodo senza precedenti in cui stiamo vivendo sta spingendo alcune persone a fare qualsiasi cosa, specialmente con i loro animali domestici. I veterinari dell'Alta Savoia in Francia lanciano l'allerme della situazione. “Abbiamo ricevuto gatti in coma etilico dopo essere stati lavati con gel idroalcolico. Ci sono stati anche avvelenamenti e ustioni sulla pelle dovuti all'uso di disinfettanti su cani e gatti ”, afferma la dottoressa Charlotte Piquet, veterinaria a Sciez, in Francia Bleu. Le domande sorgono molto regolarmente dai proprietari di animali domestici. “Ci viene chiesto: come posso disinfettare il mio animale quando torno da un passaggiata? Cosa dovrei mettere sulla sua lingua perché ha leccato tutto il pavimento? Cosa devo mettere in piedi o con cosa posso pulirlo?". Il più delle volte, la gente pensa alla candeggina o alla soluzione alcolica. Il primo pericolo sono le ustioni, per contatto o in seguito quando l'animale si lecca il mantello. E poi ci sono rari casi di coma etilici, con un animale completamente ubriaco dopo aver ingerito alcol. Non lavare i tuoi animali con prodotti corrosivi ”. L'ufficio veterinario dove lavora Charlotte Piquet ha pubblicato un messaggio sui social network, ricordando che è "inutile pulire il tuo cane dopo essere tornato da una passeggiata". "Se vuoi ancora lavargli le zampe, usa acqua, sapone adatto e risciacqua accuratamente", aggiunge. Inoltre, l'agenzia sanitaria ANSES e l'Organizzazione per la salute degli animali (OIE) considerano "improbabile" la trasmissione del virus attraverso gli animali. L'Accademia, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, raccomanda tuttavia ai proprietari di "rafforzare le solite misure" lavandosi regolarmente le mani quando si prendono cura dell'animale e non "lascino che si lecchi il viso".

Liquore killer fa decine di morti in Iran.

Liquore killer fa decine di morti in Iran. Sospetti su alcool adulterato per proteggersi dal coronavirus: almeno 320 morti. Sono più di tremila le persone avvelenate Avvelenamento da alcool ha causato la morte di 320 persone in Iran dallo scorso 6 marzo. Secondo il ministero della Salute di Teheran, risultano in tutto 3'117 le persone avvelenate, un terzo delle quali (1'066) ricoverate in ospedale e 73 in reparti di terapia intensiva. "L'ipotesi allo studio con ulteriori test tossicologici sui sopravvissuti è che le morti siano state provocate da metanolo". La provincia più colpita è quella di Fars, nel sud-ovest della Repubblica islamica, dove si contano almeno 82 decessi. Inoltre, almeno 62 persone hanno perso la vista. Lo riporta la Fars. Il metanolo è un veleno mortale che viene liberato gradualmente nel piccolo intestino (Tenue) quando il gruppo metilico dell'aspartame incontra l'enzima chimotripsina. L'assorbimento di metanolo nel corpo è accelerato considerevolmente quando viene ingerito metanolo libero. Il metanolo libero si forma nell'aspartame quando viene riscaldato oltre i 30° C. Questo avviene quando un prodotto contenente aspartame viene immagazzinato e conservato impropriamente o quando viene riscaldato (per esempio, come componente di un qualsiasi prodotto alimentare). All'interno del corpo il metanolo si trasforma in acido formico ed in formaldeide.La formaldeide è una neurotossina mortale, contenuta anche nei Vaccini. Il metanolo lo si puo' trovare anche negli alimenti industriali. Viene spruzzato regolarmente all'interno delle singole confezioni sigillate di merendine per bambini, allo scopo di evitare lo sviluppo di muffe superficiale assorbendo l'umidità del prodotto. Si può facilmente riconoscere una merendina contaminata da metanolo, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, quando aprendone la confezione in bustina di plastica si senta un odore di alcool denaturato o spirito, quello comunemente usato in casa come disinfettante. Il consumo esagerato di queste merendine al metanolo produce distorsioni nello sviluppo psicofisico dell'infante che ne abusa, soprattutto alterandone il metabolismo e danneggiandone il fegato, favorisce alla lunga l'obesità e danneggia organi come l'occhio ed i reni, e per quanto riguarda la psiche favorisce la predisposizione all'alcolismo, aumenta l'aggressività e intorpidisce la mente.

Display touchscreen su un'auto pericoloso più di alcool e cannabis. A sostenerlo una ricerca della IAM Roadsmart. Secondo una ricerca usare i sistemi multimediali è più pericoloso che guidare in stato di ebbrezza

Display touchscreen su un'auto pericoloso più di alcool e cannabis. A sostenerlo una ricerca della IAM Roadsmart. Secondo una ricerca usare i sistemi multimediali è più pericoloso che guidare in stato di ebbrezza Le case automobilistiche potrebbero essere sulla cattiva strada sulla minaccia costituita dalle nuove tecnologie all'interno delle autovetture. Secondo una ricerca di IAM Roadsmart, ente indipendente britannico che si occupa di sicurezza stradale, tali dispositivi non raggiungerebbero il loro scopo primario, ovvero quello di permettere al conducente di usufruire delle funzioni presenti sul proprio smartphone attraverso l’auto, dissuadendolo dal prendere in mano il telefono. L’ente inglese ha simulato i tempi di reazione degli automobilisti mentre compiono diverse azioni durante la guida e ha scoperto che utilizzare i sistemi multimediali come Android Auto e Apple CarPlay - i più diffusi - può risultare più distraente e pericoloso che mandare messaggi via smartphone. I test sono stati condotti sia con i comandi vocali che con quelli touch e questi ultimi hanno registrato risultati preoccupanti: con il monitor touch il pilota ha tolto gli occhi dalla strada anche per 16’’. Ma la sorpresa non è finita: i dati raccolti da IAM Roadsmart dicono che i tempi di reazione aumentano di più del 50% con i sistemi multimediali (via touch), mentre con la guida sotto effetto di alcool la percentuale si fermerebbe al 12% e al 21% se s’è fatto uso di cannabis. Utilizzare le app sarebbe dunque più pericoloso che guidare dopo aver assunto alcool o cannabis: conclusioni, queste, che però hanno sollevato parecchi dubbi nel Regno Unito. Tuttavia le case automobilistiche cercano di rassicurare i propri clienti affermando che gli schermi integrati all’interno delle auto sono basati su alti standard di sicurezza, in quanto sono dotati di app che permettono all’utente di fissare lo schermo per il minor tempo possibile. Inoltre, la maggior parte delle app sono state integrate con il comando vocale o controllate dal volante. Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, esperto in sicurezza stradale, nonchè veterano con esperienza quarantennale nel comparto assicurativo dei sinistri stradali, è di un altro avviso: gli schermi touch screen presenti all’interno delle auto sono estremamente pericolosi. Per tale ragione, occorrerebbe effettuare degli studi per dimostrare la connessione tra incidenti automobilistici e schermi touch screen e applicare delle restrizioni. Se non si prendono al più presto provvedimenti, la nuova generazione andrà incontro ad un alto rischio di incidenti mortali.

Nuovo Coronavirus: bomba vitaminica contro COVID-19? Ecco come funziona la vitamina C contro il virus

Nuovo Coronavirus: bomba vitaminica contro COVID-19? Ecco come funziona la vitamina C contro il virus Le vitamine sono nutrienti essenziali la cui assunzione è indispensabile per il nostro organismo, questo è chiaro. Ma aiutano anche contro il coronavirus? La tesi che la vitamina C aiuta contro Sars-CoV-2 sta facendo il giro sui social network. Ecco cosa ne pensano gli scienziati qui. Secondo gli esperti, non ci sono prove che la vitamina C uccida il nuovo coronavirus Sars-CoV-2 "in modo molto efficace". Il coronavirus paralizza il mondo, finora sono stati registrati oltre 387.000 casi e il virus ha causato oltre 16.700 vittime. Finora non esiste un vaccino e nessun farmaco affidabile in grado di combattere il coronavirus. Tuttavia, le teorie su presunte cure miracolose che dovrebbero funzionare contro Sars-CoV-2 si stanno diffondendo rapidamente man mano che il virus si diffonde . Ciò include la tesi secondo cui la vitamina C aiuta contro il virus. Ma è vero ? La vitamina C aiuta davvero contro il coronavirus? I social media stanno attualmente postando sempre più che la vitamina C è virucida, quindi uccide il nuovo coronavirus Sars-CoV-2 "in modo molto efficace". Questa tesi non è confermata dalla comunità scientifica? Secondo gli esperti, non esiste alcuna prova di un tale effetto della vitamina C. Tuttavia, alcuni ricercatori ritengono che la vitamina sia un mezzo per supportare la terapia di gravi processi infiammatori. La vitamina C come arma segreta contro il coronavirus? Gli scienziati sono scettici. Un portavoce del Federal Institute for Drugs and Medical Devices non è stato in grado di confermare i presunti effetti virucidi della vitamina C su richiesta dell'agenzia di stampa tedesca. Non era a conoscenza di un tale effetto. Anche il virologo Stephan Günther del Bernhard Nocht Institute è scettico: non aveva prove che la vitamina C potesse uccidere il virus della corona. La vitamina C può aiutare i pazienti in terapia intensiva. Tuttavia, secondo almeno alcuni studi, la vitamina C a dosi molto elevate potrebbe aiutare a migliorare le condizioni dei pazienti in terapia intensiva, ad esempio in caso di avvelenamento del sangue. Tali pazienti a volte hanno un fabbisogno molto elevato di vitamina C. Tuttavia, i ricercatori non sono stati in grado di dimostrare questo effetto in altri studi. Studio clinico sull'efficacia della vitamina C contro la polmonite. Nella città cinese di Wuhan, che è stata particolarmente colpita da Covid-19, , evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è attualmente in corso uno studio clinico sull'uso di vitamina C a dosi estremamente elevate nella polmonite. Ai pazienti gravemente malati vengono iniettati 12 grammi di vitamina C due volte al giorno, in un dosaggio che è circa 240 volte la quantità giornaliera raccomandata. Tuttavia, ci vorrà del tempo prima che i risultati siano disponibili.

Coronavirus: "Arriverà un farmaco prima del vaccino". Lo sostiene Philippe Widmer

Coronavirus: "Arriverà un farmaco prima del vaccino". Lo sostiene Philippe Widmer, direttore generale di Vifor Suisse. A suo avviso, i medici non aspetteranno l'omologazione del medicinale per prescriverlo. Un farmaco in grado di combattere il Covid-19 potrebbe essere immesso sul mercato entro un anno prima ancora di un vaccino. L'industria farmaceutica si concentra su medicamenti già utilizzati per curare patologie come l'Aids o il virus dell'Ebola. È quanto afferma in un'intervista al quotidiano romando La Liberté il direttore generale di Vifor Suisse, Philippe Widmer. Seconto Widmer tale procedura consentirà alle aziende di evitare l'analisi tossicologica e di passare direttamente agli studi clinici che, nel caso del coronavirus, saranno abbastanza brevi. «Sarà facile reclutare pazienti nel mondo intero» aggiunge. Lo studio clinico durerà da due a quattro settimane, periodo durante il quale verranno esaminati efficacia ed effetti dei farmaci. A suo avviso, i medici non aspetteranno l'omologazione del medicinale per prescriverlo. È il caso, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, di quanto sta accadendo con l'idrossiclorochina, una sostanza contenute in alcuni farmaci utilizzati contro la malaria.