venerdì 10 giugno 2011

Littering: gettare e abbandonare rifiuti negli spazi pubblici. Non solo rovina del pubblico decoro ma anche costosissimo fenomeno a carico della colle


Littering una parola anglosassone che a Noi italiani non suona così familiare ma che sta ad indicare un fenomeno assai diffuso nel Nostro Paese, ossia l’inquinamento di strade, piazze, parchi o mezzi di trasporto pubblici causato gettando intenzionalmente o lasciando cadere rifiuti e abbandonandoli.
Quanti di questi luoghi pubblici sono spesso invasi da innumerevoli tipi di rifiuti che restano a volte per giorni e mesi in terra nonostante la presenza di appositi contenitori? Quante volte, noi stessi, incuranti dell’ambiente e quasi spensieratamente abbiamo gettato in terra, spesso inconsapevolmente, uno qualsiasi degli oggetti descritti precedentemente?
Tra le cause principali della costante crescita del fenomeno, oltreché la perdita di abitudini antiche quali l’utilizzo dei “vuoti a rendere”, vi è lo smisurato aumento dei prodotti usa e getta, quali le bottiglie in PET, le lattine d'alluminio, le confezioni tetrapak, ecc. i giornali a diffusione gratuita ed i volantini pubblicitari, ed infine tra i tanti i famigerati mozziconi di sigaretta.
Al di là delle conseguenze negative per l’occhio umano quali il fastidio visivo generato per la rovina del pubblico decoro e per l’ambiente quale l’inquinamento del terreno, tale fenomeno oltreché a nuocere all’immagine del luogo compromette inevitabilmente la qualità di vita, il senso di sicurezza negli spazi pubblici e soprattutto genera costi sociali conseguenti alle spese per lo smaltimento a dir poco impressionanti.
Pensare che se nella sola pulitissima ed ordinatissima Svizzera uno studio commissionato dall’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) ha stabilito che le spese per lo smaltimento di questi rifiuti, in via approssimativa è pari a circa 200 milioni di franchi l’anno pari a circa 164 milioni di euro, quanto costerà nel Belpaese dove una vera e propria cultura ambientale diffusa stenta a decollare come denuncia da anni Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”.
Come tiene a precisare la suddetta ricerca, i costi per lo smaltimento di questi rifiuti sono assunti essenzialmente dalle pubbliche amministrazioni, ossia dai contribuenti e dagli utenti dei trasporti pubblici e quindi i Comuni e le aziende pubbliche di trasporto.
Se da una parte a causa del basso livello di civismo di gran parte dei Nostri concittadini insistiamo per la linea dura attraverso l’introduzione di apposite sanzioni per tutti quei cittadini che gettano colpevolmente oggetti in terra e li abbandono e per misure tipo il pagamento della cauzione dei vuoti, dall’altra riteniamo inevitabile l’aspetto educativo e di sensibilizzazione attraverso una costante attività d’informazione e di comunicazione utilizzando i canali più incisivi: tra questi l’introduzione generalizzata di cartelli educativi e di apposita segnaletica a carico delle amministrazioni comunali - alle quali si rivolge quest’invito - ed il rilancio di questo importante aspetto dell’educazione civica nelle scuole di tutti i livelli di ordine e grado.

INPS più ricca: + due miliardi nel 2011 dovuti ad un incremento della riscossione contributiva che segna + 3,8%


Buoni i dati sul recupero dal lavoro nero e dall'evasione contributiva: ben 6,4 miliardi di euro.
Aumenta la riscossione contributiva da parte dell’INPS che ha portato quasi due miliardi in più nelle casse dell’ente nei soli primi cinque mesi dell’anno. Il dato preciso, circa 1,9 miliardi di euro, infatti, si riferisce all’aumento delle riscossioni correnti nel periodo gennaio-maggio 2011. Nella sola prima parte dell’anno solare, sono stati riscossi contributi per un importo globale pari a 51,8 miliardi di euro, a fronte dei 49,9 miliardi dello stesso periodo del 2010. Un incremento percentuale pari al 3,8%. Al di sopra anche delle previsioni, quindi, l’incremento degli incassi che nel bilancio preventivo erano stimati pari a +1,5% rispetto all’anno precedente.
Secondo il Presidente dell’INPS Antonio Mastropasqua “la crescita viene in gran parte dal pagamento di contributi da parte delle aziende e questo credo che possa significare due cose, entrambe positive: i lavoratori sono tornati a lavorare, quindi le imprese sono tornate a pagare contributi, segno di una sensibile ripresa economica; e poi, non meno importante, mi pare che questo incremento della riscossione contributiva sia l’effetto di quell’impegno per la legalità che l’Inps ha condotto in questi ultimi tempi, recuperando risorse dove venivano sottratte nel sommerso e accompagnando le aziende per poter pagare meglio e più facilmente il giusto. Una partnership con il sistema produttivo e con il Paese che è nello spirito del servizio offerto dall’Istituto sia quando eroga prestazioni, sia quando incassa i contributi”.
L’incremento degli incassi della contribuzione rispetto al 2010 arriva al + 4,7% per le aziende e il +3,8% per i co.co.pro.
Se si sommano anche gli incassi derivanti dal recupero dal lavoro nero e dall'evasione contributiva nei primi cinque mesi del 2011, l’Inps ha incassato poco meno di 54 miliardi di euro, contro i 52,1 dello stesso periodo del 2010.
Alla luce di tali dati, Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” coglie l’occasione per ricordare che le sanzioni in vigore per chi omette di versare i contributi sono pesanti perchè i datori di lavoro che continuano a perseverare in tali prassi ledono i diritti fondamentali dei lavoratori.
Ricordiamo, infatti, che se il datore di lavoro omette o ritarda la comunicazione obbligatoria all’Inps, deve pagare una sanzione amministrativa alla Direzione Provinciale del Lavoro che va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore di cui non si è comunicata l’assunzione. In caso di mancata iscrizione del lavoratore domestico all’Inps, sempre la direzione provinciale del Lavoro può applicare al datore di lavoro una sanzione che va da 1.500 euro a 12.000 euro per ciascun lavoratore “in nero”, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo, cumulabile con le altre sanzioni amministrative e civili previste contro il lavoro nero. Nel caso di “lavoro nero” (lavoratore assunto senza Comunicazione e senza iscrizione all’Inps) la legge prevede che, per l’omesso pagamento dei contributi di ogni lavoratore, il datore di lavoro debba pagare le sanzioni civili al tasso del 30 per cento in base annua calcolate sull’importo dei contributi evasi con un massimo del 60 per cento ed un minimo di 3.000 euro, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata.

giovedì 9 giugno 2011

Sinistro da circolazione stradale: vi è concorso di colpa se l’automobilista che tiene una velocità troppo bassa intralciando il traffico viene tampo


Da ora in poi circolare a velocità ridotta può fare scattare un concorso di colpa nell’incidente per chi viene tamponato perché procede a velocità troppo ridotta intralciando il traffico.
Lo ha stabilito la quarta sezione penale della Corte di Cassazione che, con una sentenza del 1 giugno 2011, ha confermato la condanna ridotta da concorso di colpa nei confronti di un automobilista che aveva tamponato e ucciso un motociclista che procedeva lungo l’autostrada troppo lentamente.
La Corte d’Appello di Firenze, con rito abbreviato, aveva infatti ridotto la pena al proprietario dell’autocarro perché aveva dovuto superare il motociclista lentissimo.
Secondo la Suprema corte che Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” riporta, infatti,un’andatura così ridotta non fa altro che costituire un’insidia per il traffico. Gli ermellini hanno evidenziato che “del tutto corretta ed acuta sia sotto il profilo ricostruttivo che logico s’appalesa le sentenza impugnata che, pur riconoscendo il concorso colposo della vittima nella produzione dell’evento a causa dell’eccessiva lentezza, ha comunque escluso l’interruzione del nesso causale tra l’evento e la condotta di guida dell’imputato che non tenne in alcuna considerazione le peculiari condizioni della strada e non si avvide del ciclomotore, dal momento che la condotta del ciclomotorista non fu tale da ritenersi imprevedibile, improvvida ed imperita”.

mercoledì 8 giugno 2011

Cartella esattoriale:per la Cassazione raddoppia il termine per l’impugnazione se la multa non è stata notificata


Per la Cassazione raddoppia il termine per l’impugnazione se la multa non è stata notificata
L’opposizione può essere proposta entro sessanta giorni e non in trenta al fine di garantire il diritto di difesa con finalità “recuperato ria”

Se il verbale di accertamento per un’infrazione al Codice della Strada non è mai stato notificato il termine per impugnare la cartella esattoriale non è di trenta giorni ma di sessanta.
Lo precisa un’ordinanza della sesta sezione civile della Cassazione resa in data 08 giugno 2011 riportata da Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, che ha accolto le doglianze di un cittadino che si era visto dichiarare inammissibile da un giudice di pace il ricorso avverso una cartella di pagamento relativa ad una multa per una violazione al codice della strada solo perché questi lo aveva presentato oltre il termine breve di trenta giorni dalla notifica dell’atto esecutivo.
Gli ermellini sulla scorta di un orientamento consolidato della Suprema Corte (cass. N. 3647/2007) hanno ribadito che “in tema di opposizione a sanzione amministrativa, in mancanza di contestazione della violazione, l’impugnazione della cartella esattoriale ha funzione “recuperato ria” del messo di tutela che la parte non ha potuto a suo tempo esperire, sicché l’opposizione deve ritenersi proponibile nel termine non già di trenta, bensì di sessanta giorni dalla notificazione, termine applicabile al ricorso avverso i verbali di accertamento di infrazioni alle norme del codice della strada”.

martedì 7 giugno 2011

Sentenza choc della Cassazione, criteri equi e nessuna disparità fra i cittadini


Finalmente equità tra i cittadini di ogni parte d’Italia in tema di risarcimento del danno non patrimoniale:
La Cassazione decide che le tabelle milanesi devono essere applicate su tutto il territorio nazionale.
I cittadini saranno considerati tutti uguali.
Finisce un’epoca di disuguaglianza tutta italiana.
Fino a ieri, infatti, un cittadino che subiva un infortunio con danni biologici permanenti era costretto a ricevere una diversa liquidazione a seconda che il tribunale adito fosse quello di Roma, piuttosto che di Genova, Lecce, Cagliari, ecc. E così tantissimi cittadini sono stati sino ad oggi penalizzati.
Con una decisione di straordinaria importanza, infatti, la Cassazione Civile pone le basi per mettere una pietra tombale ad un vulnus perdurante per l’uguaglianza dei cittadini che creava disparità di trattamento ed iniquità su tutto il territorio nazionale causando difformità tra i risarcimenti dei danni subiti dai cittadini in conseguenza della variegata presenza di tabelle per la determinazione del danno biologico che variavano da tribunale a tribunale. Lo afferma Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di IDV e fondatore dello “Sportello Dei Diritti” .
La terza sezione civile della Suprema Corte con la sentenza n. 12408 depositata in di oggi 07 giugno 2011, ha stabilito le tabelle del Tribunale di Milano quale criterio per la determinazione del danno alla persona applicabili indistintamente su tutto il territorio nazionale, garantendo in questo modo l’equità dei risarcimenti a tutti i cittadini.
I supremi giudici hanno voluto precisare che i criteri delle tabelle milanesi “costituiranno d'ora innanzi, per la giurisprudenza di questa Corte, il valore da ritenersi equo, e cioè quello in grado di garantire la parità di trattamento e da applicare in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non presenti circostanze idonee ad aumentarne o ridurne l'entità”.
Ma v’è di più. I giudici di piazza Cavour hanno infatti statuito che “l'avere assunto, con operazione di natura sostanzialmente ricognitiva, la tabella milanese a parametro in linea generale attestante la conformità della valutazione equitativa del danno in parola alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056, primo comma, cod. civ. non comporterà la ricorribilità in cassazione, per violazione di legge, delle sentenze d'appello che abbiano liquidato il danno in base a diverse tabelle per il solo fatto che non sia stata applicata la tabella di Milano e che la liquidazione sarebbe stata di maggiore entità se fosse stata effettuata sulla base dei valori da quella indicati”.

sabato 4 giugno 2011

Equitalia, stop alle ganasce fiscali mentre la riscossione delle multe e dei tributi passa ai Comuni.


La proposta arriva dalla Commissione Finanze della Camera dopo le tante segnalazioni arrivate da parte di cittadini ma soprattutto dei titolari delle aziende. Molte le imprese che, dopo aver deciso di regolarizzare la propria posizione con il Fisco, sono state portate da Equitalia fino all'orlo del fallimento
Dopo le tante segnalazioni arrivate da parte di cittadini ma soprattutto dei titolari delle aziende finalmente due provvedimenti a tutela delle imprese in difficoltà sono stati sollecitati dalla risoluzione approvata in Commissione finanze con il voto di tutti i gruppi politici; potrebbero diventare un emendamento al decreto sullo sviluppo. Equitalia, chiedono poi tutti, si occupi di evasione fiscale e contributiva e lasci le multe ai comuni: in vista dell’attuazione del federalismo fiscale, la risoluzione chiede al governo “la riorganizzazione del sistema della riscossione coattiva da parte dei Comuni, verificando in tale contesto l’opportunità di concentrare l’operatività di Equitalia sulla riscossione dei crediti di natura tributaria e contributiva, lasciando al sistema della riscossione degli enti locali la competenza in materia di riscossione delle altre entrate di spettanza dei medesimi enti locali”.
Come da tempo denuncia Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale del “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori nonché fondatore dello “Sportello dei Diritti”- a causa della rigidità degli strumenti affidati dal legislatore all’ente per il recupero coatto dei debiti nei confronti della pubblica amministrazione e delle crescenti difficoltà a “interloquire” con l‘ente è imprescindibile l'esigenza di tenere conto della situazione di difficoltà in cui versa una parte dei contribuenti e delle imprese a causa della crisi. Il fenomeno che più preoccupa è quello ai danni degli imprenditori e delle imprese che, dopo aver deciso di regolarizzare la propria posizione con il Fisco, sono state portate da Equitalia fino all'orlo del fallimento. Così si uccide il futuro economico del Paese.
La proposta consiste nel:
Stop agli eccessi nell'uso delle ganasce fiscali, limiti alle ipoteche per chi è in difficoltà economiche a causa della crisi e gestione delle multe riaffidata ai comuni. Questo chiede la risoluzione in tema di riscossione coattiva dei tributi approvata dalla Commissione Finanze della Camera con il voto di entrambi gli schieramenti politici. Il documento potrebbe diventare a breve un emendamento al decreto sullo sviluppo.
BASTA GANASCE - La risoluzione impegna il governo a mostrare maggiore flessibilità nelle procedure di riscossione coattiva dei crediti. In tempi di recessione bisogna tenere conto delle difficoltà economiche che stanno attraversando sia gli imprenditori sia i contribuenti. In concreto, se il testo dovesse entrare in vigore, ci sarà la possibilità di ristrutturare il piano di rateizzazione nel caso in cui il debitore non abbia pagato una o più rate. Inoltre la Commissione chiede la revisione della disciplina che regola la riscossione degli importi non significativi: fino a 2mila euro niente ganasce fiscali. L'agente della riscossione si limiterà a inviare al debitore solleciti di pagamento (oggi non sono previsti limiti e i fermi amministrativi possono essere utilizzati anche per importi inferiori).
LIMITE ALLE IPOTECHE - Quanto al meccanismo di espropriazione, la risoluzione impegna il governo a elevare a 20mila euro l'importo per poter iscrivere ipoteca (attualmente la soglia è di 8mila euro). Qualora il contribuente debitore risulti proprietario solo della prima casa, l'iscrizione ipotecaria deve essere necessariamente preceduta da una comunicazione che assegni un termine di 30 giorni per effettuare il pagamento.
STOP ALL’ANATOCISMO – In tema di calcolo delle sanzioni tributarie la risoluzione chiede l’eliminazione di ogni forma di anatocismo, ossia l’applicazione di ulteriori interessi su quelli già maturati per il mancato pagamento dei debiti tributari.
MULTE AI COMUNI – Il testo licenziato dalla Commissione Finanza della Camera prevede che i Comuni devono provvedere autonomamente a riscuotere i tributi di loro spettanza (multe e tributi) anziché affidare l’incarico a Equitalia. Quest’ultima dovrà concentrarsi esclusivamente sui crediti di natura tributaria e contributiva.
A questo punto ci auguriamo che Equitalia torni ad essere il luogo della giustizia e non della prevaricazione. La crisi delle entrate dello Stato non si risolve facendo fallire le aziende italiane.

Lavori usuranti, in pensione prima. Una legge che va migliorata poichè rischia di creare disuguaglianze


Lavori usuranti, dal 2011 scatta la possibilità di andare in pensione con tre anni d'anticipo. Il decreto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l'11 maggio scorso e chiarisce modalità e scadenze per poter ottenere la pensione con tre anni d'anticipo rispetto ai limite dell'età pensionabile.
Pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto che consente il pensionamento anticipato per chi ha svolto attività usurante o lavoro notturno. Attenzione, però, per presentare le domande occorre attendere il provvedimento attuativo che deve essere emanato dai ministeri del Lavoro e dell'Economia.
La novità interessa la pensione di anzianità dunque serve sempre avere maturato 35 anni di contributi, mentre non sarà indispensabile avere l'età prevista per gli altri lavoratori.
La pensione anticipata potrà essere richiesta da:
- lavoratori che svolgono attività definite "particolarmente usuranti" quali lavori in galleria, nelle cave, ad alte temperature, lavorazione del vetro;
- addetti al lavoro notturno con almeno 64 notti l'anno, o con almeno tre ore di lavoro tra mezzanotte e le 5 del mattino per tutto l'arco dell'anno;
- addetti alla catena di montaggio che, nell'ambito di un processo produttivo in serie, svolgano lavori caratterizzati dalla ripetizione costante dello stesso ciclo lavorativo su parti staccate di un prodotto finale;
- conducenti di veicoli pesanti adibiti a servizi pubblici di trasporto di persone.
Per godere dell'anticipo della pensione è necessario che le attività usuranti vengano svolte al momento dell'accesso al pensionamento e che siano state svolte per almeno sette anni negli ultimi 10 di qui fino al 31 dicembre 2017. A partire dal 2018, invece, per il pensionamento anticipato bisognerà aver effettuato lavori usuranti per metà della vita lavorativa.
Da quando si ha diritto alla pensione? Dal 2011 può lasciare chi ha 57 anni di età, a patto di avere almeno 37 anni di contributi. E' previsto, infatti, il diritto a lasciare con un'età inferiore di tre anni rispetto a quella richiesta per il resto dei lavoratori dipendenti (60 anni) e con una "quota", ossia con la somma di età anagrafica e contributi, ridotta di due punti, vale a dire pari a 94, contro quota 96 prevista per gli altrui dipendenti.
Dal 2013, poi, l'accesso alla pensione è consentito con un'età anagrafica di tre anni inferiore a quella prevista, vale a dire 58 anni, e tre punti in meno se si considera la quota tra età e anni di contribuzione, ossia 94 invece di 97.
Le richieste potranno essere fatte appena sarà varato il decreto attuativo. Ma già ora ci sono delle indicazione, ovvero domande da inviare entro il 30 settembre al ente pensionistico, per chi matura i requisiti entro il 2011. Dal prossimo anno domande entro il 30 marzo.
Secondo Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale del “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori nonché fondatore dello “Sportello dei Diritti” una legge che rischia di creare disuguaglianze tra chi opera in una medesima azienda.
Infatti in alcuni casi potremmo trovare, nella medesima azienda operai addetti a lavorazioni diverse ma che operano su tre turni che potrebbero ottenere i benefici dei lavori usuranti a differenza di loro colleghi ma che operano solo sui due turni classici e che per questo sarebbero esclusi dai benefici anche se operano, oggettivamente, in condizioni di lavoro più pesante.