lunedì 16 gennaio 2017

PARACETAMOLO EG, farmaco per febbre ritirato dalle farmacie: controllate la marca e i lotti. Allerta rapida lanciata dall'autorità del Portogallo

PARACETAMOLO EG, farmaco per febbre ritirato dalle farmacie: controllate la marca e i lotti. Allerta rapida lanciata dall'autorità del Portogallo L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), ha disposto il ritiro di alcuni lotti della specialità medicinale PARACETAMOLO della ditta EG nelle seguenti confezioni: PARACETAMOLO EG*16CPR 1000MG – AIC 041467111 Lotti n. 2850023A scad. Novembre 2017 e n. A6001 scad. Luglio 2019 • PARACETAMOLO EG*20CPR 500MG – AIC 041467034 Lotti n. 1760001F scad. Novembre 2018 e n. K6046 scad. Aprile 2021. Il provvedimento, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, si è reso necessario a seguito della notifica di allerta rapida e della dichiarazione di non conformità alle Norme di Buona Fabbricazione del sito di produzione, entrambe emesse dall’agenzia portoghese. PARACETAMOLO EG è utilizzato nel trattamento sintomatico del dolore da lieve a moderato e degli stati febbrili. I lotti in questione non potranno essere utilizzati e la ditta EG dovrà assicurarne l’avvenuto ritiro entro 48 ore dalla ricezione del provvedimento.

domenica 15 gennaio 2017

Amazon ritira le ciabatte con la faccia di Gandhi. La gaffe fa arrabbiare l'India

Amazon ritira le ciabatte con la faccia di Gandhi. La gaffe fa arrabbiare l'India. La decisione dopo le vibranti proteste del ministro degli Esteri indiano Il gigante delle vendite online Amazon.com, ha annunciato il ritiro dalla pagina web dell'offerta che riguardava le ciabatte da spiaggia con la faccia del Mahatma Gandhi. Vibranti le proteste del ministro degli Esteri indiano Sushma Swaraj: «Ha offeso i sentimenti del popolo indiano». Le ciabatte disponibili pure in diverse colorazioni, sono in vendita per 1'190 rupie. Decisamente ironica la descrizione: «le nostre flip-flop sono dipinte in maniera professionale, sono sempre bellissime e perfette per far sorridere qualcuno». Decidendo di risolvere in prima persona la questione, la Swaraj ha chiesto via Twitter ai vertici di Amazon-Canada di cancellare immediatamente la proposta di vendita online del prodotto e di presentare scuse senza condizioni. Altrimenti, ha assicurato, nessun responsabile della compagnia avrebbe più ottenuto un visto indiano, facilitazione che sarebbe stata revocata a quelli che l'avevano ottenuta. Di fronte all'aut aut la compagnia fondata da Jeffrey P. Bezos, si è adeguata ritirando l'offerta, anche se non è noto se alla decisione siano state aggiunte le richieste «scuse incondizionate». Solo pochi giorni fa Amazon, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, ha chiesto scusa per uno zerbino raffigurante la bandiera nazionale venduto on line. Amazon, un'altra volta, è riuscita a far imbestialire l'indiani.

Sindrome alcolica fetale: ogni anno 119.000 bambini nascono con questa patologia nel mondo

Sindrome alcolica fetale: ogni anno 119.000 bambini nascono con questa patologia nel mondo. Il 10% delle donne incinte consumano alcol secondo uno studio, causando probabili problemi di salute per i propri figli Uno studio del centro di dipendenza e salute mentale del Canada offre le prime stime a livello mondiale del numero di donne che bevono alcol durante la gravidanza: ben il 10 % e dimostra come ogni anno circa 119.000 bambini nascano con la sindrome da alcolismo fetale in conseguenza di questo consumo, secondo i dati pubblicati su 'The Lancet Global Health'. La ricerca dimostra anche ampie variazioni tra regioni e paesi, poiché in alcuni stati si stima che vi siano punte nelle quali più del 45 % beve alcol durante la gravidanza. In altri, come il Canada, dove ci sono indicazioni cliniche a favore dell'astinenza durante la gravidanza, si ritiene che, nonostante tutto, ben il 10 % continua a bere in gravidanza. Le conseguenze più gravi di questo consumo è quasi che 15 persone ogni 10.000 nel mondo soffrono un disordine da alcool fetale, che è caratterizzato da problemi mentali, comportamentali e di apprendimento ed anche disabilità fisiche. La stima è stata effettuata sulla base di giudizi approfonditi della letteratura medica e dell'analisi statistica e cercano di aiutare paesi ad approntare iniziative e politiche di sanità pubblica, quali i sistemi di monitoraggio e migliori programmi educativi sui rischi del bere alcol durante la gravidanza. I cinque paesi con maggior consumo di alcol durante la gravidanza si collocano in Europa e sono la Danimarca, Bielorussia, Russia, Regno Unito e Irlanda. E l'Europa era anche la “regione” che aveva una maggiore prevalenza, del 2.6 % più alta della media mondiale. I livelli più bassi di alcol durante la gravidanza e di sindrome alcolica fetale, d'altra parte, sono stati trovati nelle regioni del Mediterraneo orientale e nel sud-est asiatico, dal momento che in generale sono regioni con consumo inferiore. Non tutte le donne che bevono durante la gravidanza avranno un bambino con questo disturbo, si stima che riguardi solo i neonati di 1 su 67 madri bevitrici, ha sostenuto Svetlana Popova, autrice principale di questo lavoro. Tuttavia, la ricercatrice ammette che questa statistica è molto riduttiva e non comprende altri tipi di disturbi che possono anche essere collegati al consumo di alcol. Infatti, anche se è ben stabilito che l'alcol può danneggiare qualsiasi organo o sistema del feto durante il suo sviluppo, in particolare il cervello, ancora non si sa esattamente che cosa renda un feto più suscettibile, in termini di quantità o di frequenza del consumo durante la gravidanza, così l’influenza di altri fattori come la genetica, lo stress, il fumo e la nutrizione. Di conseguenza, Popova insiste che "molto probabilmente è comunque meglio astenersi completamente dal consumo di alcol durante la gravidanza". Una regola che alla luce di tali preoccupanti dati e delle probabili conseguenze per i nostri figli, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” dovrebbe essere seguita da tutte le donne e sempre incentivata dalle istituzioni sanitarie nazionali e locali.

Oltre sette milioni di armi nelle case italiane.

Oltre sette milioni di armi nelle case italiane. È il 15esimo Paese al mondo per detenzione di armi da fuoco. Eppure la nostra legislazione in materia è fra le più restrittive al mondo. I recenti attentati da parte di presunti terroristi, recentemente accaduti portano in primo piano il problema della sicurezza. Prime accusate sul banco degli imputati sono le misure prese per evitare possibili atti di folli. In particolare la vendita delle armi è al centro dell’attenzione ed i politici, tengono il dito puntato su tutto quanto possa far sentire i cittadini più protetti nei confronti di un “nemico” alquanto imprevedibile. Secondo GunPolicy.org, organizzazione internazionale per il controllo, la prevenzione e la regolamentazione dell’uso delle armi, circa il 12,9 per cento delle famiglie italiane possiede un’arma regolarmente registrata, poco meno di 7,7milioni di armi regolarmente registrate. Un cittadino ogni dieci dispone di una pistola, di un fucile, visto che le armi in dotazione alle forze dell'ordine sono solo un milione. Nello specifico l'Italia risulta essere il quindicesimo Paese al mondo per numero di armi pro capite. A queste vanno aggiunte circa altri 10 milioni di armi detenute illegalmente, il che vuol dire quasi 15 armi ogni 100 abitanti. Per armi possedute, secondo lo stesso sito, in Europa l'Italia è terza dopo Germania e Francia. Il primo posto sul podio al Belpaese spetta invece, secondo i dati questa volta dell'Unione europea, per la produzione di armi. I dati sulla diffusione delle armi di Gunpolicy.org vengono ricavati dall'unica banca dati ufficiale, che è quella della Polizia di Stato, nella quale sono registrate 1 milione e centomila armi (rilevazione 2014) e dall'incrocio di dati provenienti da altre fonti non ufficiali. Un numero sicuramente non piccolo, considerando che non ci troviamo nel Paese in cui il Secondo Emendamento permette il libero acquisto e detenzione di armi da fuoco, gli USA per l’appunto, che rimangono un caso del tutto unico. Eppure in Italia, pur avendo uno dei tassi di possesso di armi più alti del mondo, c’è anche uno dei tassi più bassi di vittime per arma da fuoco. Questo accade, perché le leggi italiane sono fra le più restrittive al mondo. Gli italiani, infatti, non possono portare con sé armi. Per ottenere una pistola occorre ottenere prima un porto d’armi. Coloro che vogliono una licenza devono avere almeno 18 anni ed essere sottoposti a un “controllo di affidabilità”, che comprende la verifica dei precedenti penali, se la persona è alcool o tossicodipendente, se ha malattie mentali o presenta altre particolarità che potrebbero renderla discutibile per le autorità. A rilasciare il porto d'armi per difesa personale sono gli uffici territoriali del governo. Alle guardie giurate particolari viene rilasciato il porto d’armi per difesa personale. Pertanto, senza ulteriori autorizzazioni, possono detenere anche altre armi. Gli appartenenti alle forze dell’ordine, invece, tranne gli ufficiali di Pubblica sicurezza, come qualsiasi altro cittadino per detenere altre armi devono munirsi dei titoli di polizia previsti dalla normativa vigente. Se è la Prefettura a decidere su chi ha i requisiti per il porto d’armi a uso difesa personale, spetta agli uffici della Questura il rilascio dei porti d’armi per uso sportivo (il tiro a segno, ad esempio) e per uso caccia. Il ritiro di armi destinate alla rottamazione è un altro dei compiti a cui è deputato l’Ufficio armi della Questura. Dal punto di vista formale, esiste una distinzione tra licenza di detenzione di armi e licenza di porto di armi, che consente il trasporto delle armi al di fuori della propria abitazione. La prima include anche l'autorizzazione necessaria, nulla osta, di presentare in armeria per poter procedere all'acquisto. Tuttavia non tutti i tipi di armi sono acquistabili e detenibili da parte dei privati, come ad esempio i fucili d'assalto. L’Italia, una volta tanto, osserva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” è meritatamente più indietro in questa classifica non proprio di eccellenza. Per l’esattezza al 15esimo posto per numero di armi possedute sia legalmente registrate che no, da ciascun individuo ed al 55esimo per numero di persone che posseggono armi da fuoco ogni 100 individui. Per una volta ci possiamo dire felici di essere indietro in una report.

sabato 14 gennaio 2017

Hacking: non mostrate le vostre impronte digitali nelle foto sui social network, si possono rubare

Hacking: non mostrate le vostre impronte digitali nelle foto sui social network, si possono rubare. Potenziale bersaglio sono le immagini del passaporto biometrico. Ricercatori giapponesi hanno dimostrato che è possibile, da una foto pubblicata su Internet, rubare le impronte digitali. Il simbolo della vittoria, la posa con due dita della mano, indice e medio, per rappresentare una "V" potrebbe compromettere la sicurezza dei vostri dati personali. Questo è ciò che ha appena dimostrato un team di scienziati giapponesi del National Institute of Informatics (NII) che spiega che rubare le impronte digitali è possibile attraverso una semplice fotografia pubblicata sui social network fino a quando il segno "V" è l'immagine visibile e di alta qualità. Molto popolare, soprattutto in Giappone, quel gesto che distingue facilmente l'indice e il medio sarebbe una manna dal cielo per i pirati. Frequentemente utilizzati come un sistema di sicurezza, tra cui per sbloccare i telefoni cellulari, le impronte digitali sono state in precedenza considerate come praticamente inviolabili. Gli aggressori possono così avere accesso a informazioni riservate, ad esempio in applicazioni bancarie. Nel loro studio, i ricercatori sono stati in grado di ricostruire le impronte digitali attraverso le foto che sono state prese a tre metri dei soggetti studiati. Un'altra preoccupazione, la capacità di ingannare i sistemi di riconoscimento biometrici che utilizzano anche le caratteristiche uniche delle nostre dita. Una impronta digitale completa contiene circa un centinaio di minuzie, ma i controlli sono fatti solo da 12 punti. In passato, questo furto d'identità sarebbe stato possibile solo se un criminale avesse avuto a disposizione una fotografia ravvicinata delle dita, ma l'avvento di sensori fotografici sempre più avanzati sugli smartphone ha permesso ai ricercatori di estrarre le informazioni da una comune fotografia. Fortunatamente la stessa tecnica è inefficace con gli occhi, non è possibile fare la scansione della retina di un soggetto da una fotografia. Insomma, dal Giappone fanno bene a sollevare il problema, spiega Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”: se pensate che ottenere un’impronta digitale sia un’impresa titanica della quale non dobbiamo preoccuparci, sappiate che non è affatto così. A dicembre 2014, durante una conferenza sulla sicurezza informatica, un gruppo di hacker è riuscito a ricostruire l’impronta digitale del Ministro della Difesa tedesco a partire da una serie di foto ad alta definizione in cui appare la sua mano. E, una volta ottenuta la ricostruzione dell’impronta, è davvero immediato ottenere una stampa 3D con cui ingannare i sensori dei nostri dispositivi. Se consideriamo le impronte digitali come un sistema di sicurezza per i nostri dispositivi, dobbiamo tener presente che il governo statunitense e non solo, ha un’enorme banca dati delle password per sbloccare i nostri smartphone. E insomma, il riconoscimento biometrico sarà anche comodo ed immediato, ma forse è meno sicuro di una cara, vecchia password.

Pensionati ex Inpdap e cessione del quinto per finanziamenti. Una “falla” burocratica nell’Inps

Pensionati ex Inpdap e cessione del quinto per finanziamenti. Una “falla” burocratica nell’Inps (gestione ex Inpdap) non consentirebbe l’emissione della certificazione della quota cedibile. Lo “Sportello dei Diritti”: l’Istituto di Previdenza risolva o siamo pronti ad agire per tutelare i pensionati Sono diverse da tutt’Italia le segnalazioni da parte di pensionati già dipendenti di amministrazioni pubbliche, che fino all’incorporazione nell’Inps erano sottoposti alla gestione Inpdap, che hanno sollevato un problema di malaburocrazia. Alcuni utenti, infatti, hanno rilevato che l'Inps (gestione ex Inpdap) opporrebbe un rifiuto al rilascio della certificazione che attesta la quota cedibile (cessione del quinto) utile, per fare solo un esempio, ai fini della sottoscrizione di alcuni tipi di contratti di finanziamento al consumo - per l’appunto mediante attraverso la trattenuta diretta di una quota massima che non può superare il quinto della pensione netta oltre alla soglia della pensione sociale stabilita annualmente, che richiedono quale condizione indispensabile per la conclusione tale tipo di attestazione. Si tratta, in tutta evidenza, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, di una falla nel sistema “burocratico” che deve essere risolta prontamente dall’Inps che in quanto Istituto di previdenza unico che ha assorbito integralmente le funzioni dell’Inpdap, sta creando una discriminazione tra pensionati (già Inps) e pensionati (già Inpdap), ledendo il diritto sacrosanto concesso dalla normativa vigente anche a coloro che raggiungono la meritata pensione dopo anni di servizio nel “pubblico”, di stipulare contratti di finanziamento utilizzando la formula della cessione di una quota del percepito. Non va sottovalutato, infatti, che molti di questi pensionati si siano trovati di fronte all’impossibilità del semplice rinnovo di un prestito già concesso quando erano sotto la gestione Inpdap e che oggi gli viene opposto ingiustificatamente se non per il citato problema burocratico. Ci chiediamo: e se quel rinnovo, solo per fare un esempio, servisse per motivi di salute? E’ quindi risibile l’affermazione contenuta nel sito istituzionale dell’INPS che “Nel 2011 vengono soppressi Inpdap (Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica) ed Enpals (Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo) e viene disposto, al 31 marzo 2012, il trasferimento all’Inps di tutte le competenze dei due Enti al fine di rendere più efficiente ed efficace il servizio pubblico, assicurando cosi ai cittadini un unico soggetto interlocutore per i servizi di assistenza e previdenza.”. Ovviamente se non verrà data immediata risposta ai pensionati ex Inpdap, lo “Sportello dei Diritti”, è pronto a promuovere azioni a tutela collettive ed individuali.

Batteriemie: picco diffusione di infezioni ospedaliere del sangue nei bambini in Europa. Lo dice uno studio pubblicato su The Lancet

Batteriemie: picco diffusione di infezioni ospedaliere del sangue nei bambini in Europa. Lo dice uno studio pubblicato su The Lancet Uno studio pubblicato nei giorni scorsi da The Lancet “Infectious Diseases” stabilisce la prevalenza e il tipo di infezioni associate all'assistenza sanitaria (HAIs) nei bambini in Europa e descrive i fattori di rischio per le infezioni in questa fascia di popolazione. La ricerca è stata basata sui dati dell'indagine di prevalenza condotta dall’agenzia europea ECDC (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) sulle HAIs e sull’uso di farmaci antimicrobici negli ospedali, nelle cure acute, a livello europeo tra il 2011-2012 che ha riguardato 770 infezioni segnalate in 726 tra bambini e adolescenti. I risultati dimostrano che la prevalenza di infezioni era più alta nelle unità di terapia intensiva pediatrica (15,5% - uno in sei bambini) ed in quelle di terapia intensiva neonatale (10,7% - uno su dieci bambini). La maggior parte delle HAIs (77%) sono state identificate nei neonati più giovani di 12 mesi. Le infezioni del flusso sanguigno erano il tipo più comune di infezione (45%), seguito da infezioni del tratto respiratorio inferiore (22%). Anche se la stragrande maggioranza delle infezioni del sangue nello studio sono state segnalate in bambini di età inferiore ai 12 mesi, la proporzione è rimasta elevata anche in altri gruppi di età. Questo tipo di infezioni nei neonati e nei bambini sono associate con un'alta mortalità e risultati neurologici avversi a lungo termine. Per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è quantomai opportuno segnalare come gli autori dello studio abbiano dichiarato che è urgentemente necessario un programma pan-europeo per prevenire e ridurre i tassi inaccettabilmente elevati delle IAA nei bambini in Europa, con un focus particolare nelle unità di terapia intensiva neonatale e pediatrica e affrontare le questioni legate alle infezioni nosocomiali flusso sanguigno. Questo è il più grande studio multinazionale che descrive le HAIs in bambini finora, fornendo informazioni dettagliate circa la prevalenza e la distribuzione di queste infezioni in questa componente specifica della popolazione. Una seconda indagine è in corso in Europa, e riguarderà anche i miglioramenti per affrontare alcune delle limitazioni scoperte durante lo sviluppo dello studio, e i suoi risultati saranno pubblicati dal centro europeo per la prevenzione e il controllo (ECDC) dopo il 2017.