sabato 20 ottobre 2012

Stop della cassazione al medico che dirotta i pazienti operati in ospedale nel suo studio privato

Stop della cassazione al medico che dirotta i pazienti operati in ospedale nel suo studio privato Dalla sentenza e dalle indagini dei NAS emerge che i camici bianchi non hanno alcun interesse a visitare nel pubblico, quando nel privato sono pagati dai 100 euro in su per un quarto d'ora di accertamento. E più si allungano le code in corsia, più «clienti» arrivano. Abuso d'ufficio per il medico che all'atto delle dimissioni dall'ospedale di alcuni pazienti, contravvenendo alle regole della disciplina intramuraria e al codice deontologico, li invita esplicitamente a recarsi per la visita di controllo post operatoria presso il suo studio professionale. Lo ha deciso la Corte di Cassazione, con sentenza n. 40824 del 17 ottobre 2012, condannando un medico che eseguiva delle visite a pagamento senza informare i pazienti stessi circa la possibilità di ottenere la medesima prestazione presso il presidio ospedaliero senza ulteriori spese, in quanto detta attività era già remunerata dalla tariffa, omnicomprensiva, corrisposta per il ricovero e l'intervento chirurgico. Nella sentenza gli ermellini hanno sottolineato che "il medico, con la visita post operatoria in ambito privato, viene a percepire, un ingiusto vantaggio (da doppia retribuzione), con danno del paziente (che viene a versare un emolumento già compreso nel ticket), quale conseguenza della dolosa e funzionale carenza di informazione, al paziente stesso, della possibilità di ottenere il medesimo risultato terapeutico in sede ospedaliera: alternativa questa favorevole alla ‘persona operata', ma da essa non potuta esercitare per doloso difetto di informazione, in un contesto in cui il pubblico ufficiale ha violato manifestamente il dovere di astensione, indirizzando le parti nel suo studio privato per una prestazione che doveva essere contrattualmente praticata in ambito ospedaliero". Inoltre si legge nella sentenza, al medico compete "l'obbligo di concludere l'intervento professionale nella sede naturale, ospedaliera, e senza ulteriori esborsi economici non dovuti, a meno che sia lo stesso paziente che opti, "re cognita", per tale soluzione, volendo che l'autore della visita post operatoria sia lo stesso medico che ha praticato l'intervento. (...) Né può sostenersi che si è trattato nella specie di una scelta volontaria dei pazienti posto che non risulta affatto che gli stessi siano stati informati del loro diritto di essere visitati, senza ulteriori aggravi economici, all'interno della struttura pubblica nella quale era stato praticato l'intervento chirurgico". Per Giovanni D'Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”,. chi sbaglia deve pagare. È questo il nudo e crudo significato della esemplare sentenza: la vera sorpresa è la conferma dei sospetti dei malati e cioè che i medici preferiscono ricevere privatamente. Per risolvere il problema, bisognerebbe eliminare l'intramoenia e imporre regole più ferree all'intramoenia allargata, ora fonte di numerosi comportamenti illeciti. Le accuse delle associazioni dei malati diventano certezza, la «colpa» delle liste d'attesa eterne è dei medici. O meglio della libera professione che, in regime di intramoenia (dentro l'ospedale), intramoenia allargata (in studi collegati perchè in ospedale non c'è posto) o extramoenia (in ambulatori indipendenti), svolgono parallelamente a quella pubblica e con la benedizione dell'Usl di appartenenza. Dalla sentenza e dalle indagini dei NAS emerge che i camici bianchi non hanno alcun interesse a visitare nel pubblico, quando nel privato sono pagati dai 100 euro in su per un quarto d'ora di accertamento. E più si allungano le code in corsia, più «clienti» arrivano. I Nas hanno scoperto, per esempio, che primari veneti in un anno non hanno ricevuto alcun paziente in ospedale, ma una valanga nei loro studi. E specialisti che, dopo aver prescritto una serie di esami durante un appuntamento pubblico, hanno poi suggerito all'utente di portarne gli esiti nei loro ambulatori. Risultato: versando solo il ticket si aspettano fino a 450 giorni per una mammografia o fino a 150 per un'ecografia, ma aprendo il portafoglio si attendono da uno a 7 giorni per qualsiasi prestazione. Una prassi tutta italiana che forse finalmente que sta sentenza rappresenta oggi un vero e proprio giro di vite.

venerdì 19 ottobre 2012

Risparmio tradito a causa di investimenti ad alto rischio mascherati da polizze vita

Risparmio tradito a causa di investimenti ad alto rischio mascherati da polizze vita. Causa collettiva dello “Sportello dei Diritti” che ha citato Banca Mediolanum e Mediolanum Vita presso il Tribunale di Chieti. Prossima udienza il 26/10/2012 Numerosissimi risparmiatori ebbero a contrarre polizze UNIT LINKED o INDEX LINKED nella ferma convinzione che si trattasse di polizze vita e quindi a capitale garantito oltre interessi e bonus del 10%. Invece alla scadenza - a volte dopo 20 anni - si sono visti oggi restituire somme di gran lunga inferiori al capitale investito. Centinaia di risparmiatori e il pool di professionisti che ha messo in campo lo “Sportello dei Diritti”, guidato dall’avv. Francesco Toto, già noto anche per aver avviato le azioni a tutela dei piccoli azionisti Alitalia, sono convinti che si tratti di una vero e proprio raggiro che vede oggi coinvolte, e per lo più già condannate, numerose banche ed assicurazioni che attraverso i cosiddetti FAMILY BANKER compiacenti e prezzolati ebbero ad operare pure in palese conflitto di interessi oltre che in chiara e netta violazione del TUF, del Codice del Consumo e delle norme del Codice Civile in tema di buona fede e correttezza nella fase precontrattuale. Tra le banche e le assicurazioni coinvolte nello scandaloso abuso in danno di anziani e piccoli risparmiatori speranzosi di recuperare i risparmi di una vita vi sono Banca Mediolanum e Mediolanum Vita con le famigerate POLIZZE EUROPENSION. Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, mette in evidenzia che presso il Tribunale di Chieti alcuni risparmiatori hanno già incardinato un processo civile contro queste società finanziarie. Esso è diretto ad ottenere giustizia e denaro in restituzione oltre al ristoro dei danni morali. L'avv. Francesco Toto - per il tramite dello “Sportello dei Diritti” - che li rappresenta e difende in questa vertenza si dice ottimista avuto riguardo al palese inganno in cui sono incappati numerosi anziani ed ignari risparmiatori.

Equitalia condannata anche se ha cancellato in ritardo l'ipoteca illegittima

Equitalia. Non è sufficiente aver cancellato in ritardo l’ipoteca illegittima. L’agente per la riscossione condannata alle spese di lite nei due gradi di giudizio. Due sentenze della CTP e della CTR di Lecce. Chi sbaglia deve pagare. E non esiste Equitalia che tenga. È questo il nudo e crudo significato di due esemplari sentenze che sono state segnalate a Giovanni D'Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, dal tributarista e noto avvocato Maurizio Villani, emesse dalla commissione tributaria provinciale di Lecce e della commissione tributaria regionale di Bari, sezione distaccata di Lecce. Le due decisioni hanno entrambe condannato Equitalia al pagamento delle spese di lite nei due gradi di giudizio a seguito dell’iscrizione illegittima di ipoteca cancellata, peraltro, tardivamente. La questione rilevante per i due collegi tributari è che non è sufficiente, che l’Agente per la riscossione abbia comunicato in sede d’udienza di discussione di aver provveduto alla cancellazione dell’ipoteca illegittima, e quindi solo dopo la proposizione del ricorso tributario, causando comunque un danno, che nel caso di specie riguardava l’attività imprenditoriale di un’azienda con sede nel capoluogo salentino. Tale provvedimento (l’intempestiva iscrizione ipotecaria), infatti, “ha causato un ingiusto danno” - -- aveva evidenziato la CTP di Lecce - che aveva impedito “il normale svolgimento dell’attività imprenditoriale (preclusione all’ottenimento del credito da parte della clientela e delle banche)” Pena: la condanna alle spese processuali. Non contenta, Equitalia aveva proposto comunque appello alla sentenza ed anche in secondo grado con la decisione le cui motivazioni sono state depositate in cancelleria lo scorso 08 ottobre, è stata confermata in toto la sentenza di primo grado e la condanna alle spese del doppio grado di giudizio.

giovedì 18 ottobre 2012

Risparmio tradito a causa di investimenti ad alto rischio mascherati da polizze vita

Risparmio tradito a causa di investimenti ad alto rischio mascherati da polizze vita. Causa collettiva dello “Sportello dei Diritti” che ha citato Banca Mediolanum e Mediolanum Vita presso il Tribunale di Chieti. Prossima udienza il 26/10/2012 Numerosissimi risparmiatori ebbero a contrarre polizze UNIT LINKED o INDEX LINKED nella ferma convinzione che si trattasse di polizze vita e quindi a capitale garantito oltre interessi e bonus del 10%. Invece alla scadenza - a volte dopo 20 anni - si sono visti oggi restituire somme di gran lunga inferiori al capitale investito. Centinaia di risparmiatori e il pool di professionisti che ha messo in campo lo “Sportello dei Diritti”, guidato dall’avv. Francesco Toto, già noto anche per aver avviato le azioni a tutela dei piccoli azionisti Alitalia, sono convinti che si tratti di una vero e proprio raggiro che vede oggi coinvolte, e per lo più già condannate, numerose banche ed assicurazioni che attraverso i cosiddetti FAMILY BANKER compiacenti e prezzolati ebbero ad operare pure in palese conflitto di interessi oltre che in chiara e netta violazione del TUF, del Codice del Consumo e delle norme del Codice Civile in tema di buona fede e correttezza nella fase precontrattuale. Tra le banche e le assicurazioni coinvolte nello scandaloso abuso in danno di anziani e piccoli risparmiatori speranzosi di recuperare i risparmi di una vita vi sono Banca Mediolanum e Mediolanum Vita con le famigerate POLIZZE EUROPENSION. Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, mette in evidenzia che presso il Tribunale di Chieti alcuni risparmiatori hanno già incardinato un processo civile contro queste società finanziarie. Esso è diretto ad ottenere giustizia e denaro in restituzione oltre al ristoro dei danni morali. L'avv. Francesco Toto - per il tramite dello “Sportello dei Diritti” - che li rappresenta e difende in questa vertenza si dice ottimista avuto riguardo al palese inganno in cui sono incappati numerosi anziani ed ignari risparmiatori.

Boom di e-shop in Italia, raddoppiati i siti aperti nel 2012 rispetto all’anno scorso

Non crediamo, anzi speriamo che la classica bottega sotto casa rimarrà non rimarrà solo nei nostri ricordi, ma il trend di apertura di negozi online anche in Italia continua a non arrestarsi. Secondo alcune statistiche, infatti, il numero di nuovi di e-shop continua a raddoppiare di anno in anno. Basti pensare che ogni mese nel solo 2011 in Italia sono stati aperti circa 800 nuovi negozi online anche se al contempo alcune centinaia vengono contemporaneamente chiusi ogni mese. I settori più in auge tra i nuovi e-shop sono quelli che non conoscono, o solo in minima parte, la crisi ed in particolare elettronica, abbigliamento, profumi e libri. La tendenza principale, nel Nostro Paese in cui non manca l’arte di arrangiarsi, è quella di creare boutique elettroniche di piccole dimensioni che costituiscano una sorta di lavoro part - time, una fonte aggiuntiva di reddito rispetto a quello principale, solitamente da lavoro dipendente. Ma proprio lo scarso tempo da dedicare è anche la principale causa per cui molti ne vengono aperti ma anche tanti vengono chiusi. Per quanto concerne i dati aggregati a livello europeo, quello dell’e-commerce è uno dei settori in più rapida espansione se si pensa che nel 2008 il mercato valeva 121 miliardi di Euro, e che è arrivato a toccare i 171,9 miliardi nel 2011 segnando un + 42% un po’ meno delle previsioni che avevano azzardato il superamento di 200 miliardi di Euro l’anno scorso forse per una naturale contrazione determinata dalla crisi. Anche nel 2010 le vendite on line hanno sfiorato quasi il 20 % in più rispetto all’anno precedente (+ 19,4%) arrivando a rappresentare il 5,9% delle vendite al dettaglio sul totale di quelle effettuate nel Vecchio Continente. Cifre da capogiro e che riguardano sempre più la generalità dei consumatori europei, rileva Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, che auspica un perfezionamento della regolamentazione che ha visto negli anni una serie di provvedimenti di livello europeo già attuati nei paesi membri (si pensi al Codice del Consumo in Italia che ha fatto seguito a diverse direttive) ma anche un maggior controllo del mercato on line che sta divenendo la nuova frontiera per piccole e grandi frodi che vedono il coinvolgimento di una criminalità cyber organizzata che ha puntato gli occhi per i grandi ricavi che si possono ottenere. È questo, conclude D’Agata, il settore che richiede più di tutti la nascita di un’unica polizia europea per le indagini e l’accertamento degli specifici reati che vengono effettuati.

mercoledì 17 ottobre 2012

L’Inail deve tutelare i lavoratori

L’Inail deve tutelare i lavoratori. Nuovo giro di vite della Cassazione che ha condannato l’ente a riconoscere la rendita a chi contrae un tumore per uso lavorativo del cellulare Ulteriore importantissima sentenza della Corte di Cassazione con la sentenza n. 17438 del 12 ottobre 2012. Nel caso in questione, gli ermellini hanno rigettato il ricorso proposto dall'Inail avverso la sentenza della Corte d'Appello che, in riforma della pronuncia di prime cure, aveva condannato l'Istituto a corrispondere ad un lavoratore la rendita per malattia professionale. In particolare, il lavoratore, aveva collegato l’insorgenza del cosiddetto neurinoma del Ganglio di Gasser, un tumore che colpisce i nervi cranici, ad un uso lavorativo del cellulare e di telefoni cordless per dodici anni e per un periodo di 5-6 ore al giorno, con conseguenze piuttosto gravi nonostante le diverse terapie, anche chirurgiche, a cui si era sottoposto. Purtroppo, pur essendosi sottoposto a terapie anche di natura chirurgica, gli esiti erano stati avversi. I giudici di piazza Cavour, contestando che non erano state svolte obiezioni in sede di appello, incentrandosi la questione devoluta al Giudice del gravame sul nesso causale tra l'uso dei telefoni e l'insorgenza della patologia, hanno sottolineato che "nel caso di malattia professionale non tabellata, come anche in quello di malattia ad eziologia multifattoriale, la prova della causa di lavoro, che grava sul lavoratore, deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell'origine professionale, questa può essere invece ravvisata in presenza di un rilevante grado di probabilità; a tale riguardo, il giudice deve non solo consentire all'assicurato di esperire i mezzi di prova ammissibili e ritualmente dedotti, ma deve altresì valutare le conclusioni probabilistiche del consulente tecnico in tema di nesso causale, facendo ricorso ad ogni iniziativa ex officio diretta ad acquisire ulteriori elementi in relazione all'entità ed all'esposizione del lavoratore ai fattori di rischio ed anche considerando che la natura professionale della malattia può essere desunta con elevato grado di probabilità dalla tipologia delle lavorazioni svolte, dalla natura dei macchinari presenti nell'ambiente di lavoro, dalla durata della prestazione lavorativa e dall'assenza di altri fattori extralavorativi, alternativi o concorrenti, che possano costituire causa della malattia". Inoltre nella sentenza impugnata gli ermellini hanno ravvisato, in base alle considerazioni diffusamente esposte, la sussistenza del requisito di elevata probabilità che integra il nesso causale. Nel caso all'esame, prosegue la Corte, "la sentenza impugnata, seguendo le osservazioni del CTU, ha ritenuto di dover ritenere di particolare rilievo quegli studi che avevano preso in considerazione anche altri elementi, quali l'età dell'esposizione, l'ipsilateralità e il tempo di esposizione, atteso che, nella specie, doveva valutarsi la sussistenza del nesso causale in relazione ad una situazione fattuale dei tutto particolare, caratterizzata da un'esposizione alle radiofrequenze per un lasso temporale continuativo molto lungo (circa 12 anni), per una media giornaliera di 5 - 6 ore e concentrata principalmente sull'orecchio sinistro dell'assicurato (che, com'è di piana evidenza, concretizza una situazione affatto diversa da un normale uso non professionale del telefono cellulare).". In altre parole, sottolinea Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, la natura professionale della malattia può essere desunta con un elevato grado di probabilità dalla tipologia delle lavorazioni svolte, dalla natura dei macchinari presenti nell’ambiente di lavoro, dalla durata della prestazione lavorativa e dall’assenza di altri fattori extralavorativi che possano costituire causa della malattia. Nel caso oggetto della sentenza, in particolare, la sussistenza del nesso causale è data da una situazione del tutto particolare, caratterizzata da un’esposizione alle radiofrequenze concentrata principalmente sull’orecchio sinistro per un lasso temporale continuativo molto lungo e per una media giornaliera di 5-6 ore.

Gli italiani? Popolo di santi, poeti, navigatori e bamboccioni

Gli italiani? Popolo di santi, poeti, navigatori e bamboccioni. Una nuova pubblicità che in questo periodo passa per le TV norvegesi “ come non diventare un mammone come gli italiani “ Gli italiani? Popolo di santi, poeti, navigatori e Mammoni o "bamboccioni" come disse il ministro del governo Prodi. Una serie di spot della Obos, un'agenzia immobiliare norvegese, usa lo stereotipo degli italiani mammoni per spiegare i ragazzi scandinavi come evitare di diventare come loro. Il video ha suscitato polemiche da parte di chi si sente discriminato da una visione riduttiva del fenomeno. A segnalare lo sconveniente episodio è Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”. Ricordate il riferimento quando nel mondo ed in Norvegia era pieno nei supermercati di prodotti simil-italiani? Si andava dalla mozzarella con la bandiera italiana alla pizza “grandiosa”, alla pasta “Squisita”, al caffè. Anche in TV non mancavano le pubblicità con l'Italia ed i suoi stereotipi. Una in particolare con un medico-playboy italiano che aveva la fila di vecchiette innamorate che andavano da lui fingendosi malate o un'altra con chiari riferimenti alla “pizza e mandolino” per pubblicizzare un “olio d'oliva”. Era sempre qualcosa di “simpatico”, mai si disprezzava o offendeva ed anzi l'Italia ed i suoi prodotti erano sempre molto ben visti.